Le preoccupazioni ci paralizzano: e se le trasformassimo in risorse?

I motivi di inquietudine o di vera e propria angoscia che incombono sul nostro tempo sono talmente onerosi che tendiamo a vivere "come se" non esistessero. Ma proviamo a capire come si può evitare la paralisi
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September 18, 2026
Le preoccupazioni ci paralizzano: e se le trasformassimo in risorse?
Il caldo e la siccità sono stati tra i principali motivi di preoccupazione durante l'estate 2026
La ripresa della rubrica, dopo la pausa estiva, porta inevitabilmente con sé il desiderio di tracciare un bilancio sintetico dei mesi trascorsi, così da riavviare il confronto con i lettori.
L’estate 2026 mi sembra segnata da molte preoccupazioni.
Vi sono preoccupazioni così radicali e profonde che, almeno in parte, devono essere rimosse per potere svolgere la propria giornata senza un’opprimente e onnipresente situazione di angoscia: penso alle minacce sempre più ravvicinate di escalation bellica e/o di catastrofe nucleare, oppure alla non meno minacciosa (anche se, apparentemente, più distante nel tempo) distruzione dell’ambiente e degli ecosistemi.
Forse, la stessa parola “preoccupazione” non è adatta per descrivere tali situazioni: non si tratta di anticipare mentalmente una cosa che ancora non c’è – questo è il significato etimologico di preoccupazione –, ma di fare i conti con qualcosa che c’è già e che percepiamo nelle sue manifestazioni (la guerra – ibrida e non – della Federazione russa; la canicola opprimente; i ghiacciai che fondono; le nuove malattie che incombono) ma che appaiono o troppo grosse per essere metabolizzate o troppo intricate per essere influenzate dalla nostra azione.
Volenti o nolenti, ci comportiamo allora nel modo che i parlanti di lingua tedesca chiamano icasticamente “als ob”, come se: la rimozione di quelle preoccupazioni diventa la condizione per vivere con relativa serenità la nostra giornata familiare, lavorativa, amicale.
Vi sono poi preoccupazioni, talvolta collegate con quelle menzionate ma che sembrano sfuggire a un’analisi razionale, e dunque finiscono anch’esse per essere rimosse. Penso soprattutto a quelle connesse con l’avvento dell’Intelligenza artificiale: esperienza quotidiana per tutti o quasi, attraverso soprattutto quei veicoli consolidati di IA che sono gli smartphone. La potenza dell’Intelligenza artificiale ci inquieta, e giustamente; ma anche ci paralizza.
Vi sono iniezioni o pillole di saggezza, che provvidenzialmente non mancano nella quotidianità (pensiamo a papa Leone XIV, o al presidente Sergio Mattarella): come fare in modo che esse abbiano, in questa situazione, non soltanto un effetto consolatorio rispetto alla preoccupazione ma che siano uno stimolo per trasformare l’inquietudine in risorsa operativa? Insomma, come invertire la rotta?
Ci può aiutare il linguaggio, ancora una volta facendo ricorso alla lingua tedesca. Lì la nostra parola preoccupazione viene normalmente resa con la parola “Sorge”, la quale incorpora sia il significato ordinario del termine italiano sia quello di cura, nel senso di un’inquietudine che diventa sollecitudine. In questa prospettiva, le nostre preoccupazioni vengono a colorarsi di quella che, nel contesto interno e internazionale in cui viviamo, è o dovrebbe essere l’aspirazione più forte, la cura più preziosa: quella della verità del dibattito pubblico, delle informazioni che riceviamo.
La conclusione è allora semplice, almeno a parole.
Ci serve un dibattito pubblico sincero e fondato su dati di verità, che comporta, tra l’altro, sia una legge elettorale non truffaldina, ma sincera, sia il ricorso sorvegliato a termini e concetti come quelli di nazione e suoi derivati (le “preoccupazioni” relative alla guerra o all’ambiente sono globali, come pensare di rispondere a esse chiudendoci nelle sole prospettive “nazionali”?): ecco alcuni presupposti per passare dalla (sterile) preoccupazione alla “cura”.

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