Giorni fa ho trovato su una panchina una guida turistica di Milano, evidentemente dimenticata da qualche straniero di passaggio. Ho scoperto così che alcuni quartieri della mia città sono diventati dei food districts. In effetti c’è un gran fiorire di locali in cui si può mangiare e bere – molti peraltro aprono e chiudono in breve tempo. E nella scelta dei nomi prevale sempre di più la lingua inglese. Il premio per la creatività lo assegnerei a una panetteria che rivendica l’italianità dei propri prodotti presentandosi con orgoglio come bakery. Immagino che il pane appena sfornato, seppur italian, sia piacevolmente crunchy.
All’estero funziona l’esatto contrario, se vuoi fare colpo ad Amsterdam o a Berlino ti conviene scrivere sull’insegna trattoria. Buffo fenomeno esportare parole che a casa nascondiamo come parenti impresentabili. Persino a dispetto di storici e glottologi che attestano quanti vocaboli dal Trecento in poi siano giunti oltremanica grazie ai nostri mercanti e banchieri. Tanto per dire, discount deriva dal verbo scontare. Ecco il paradosso: usiamo una nostra parola, ma nella lingua di chi l’ha storpiata dopo averla imparata da noi. Un giro dell’oca linguistico che meriterebbe a sua volta un nome, boomerang per esempio. Chissà se ci tornerebbe indietro tradotto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 
