Voglio andare ad Alghero/1

Un bambino ad Alghero, tra fragilità della vista e meraviglia, trasforma il mondo in una festa e richiama la piccola Eugenia di Anna Maria Ortese
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October 2, 2026
Qualche notte fa, sotto una luna luminosa e dolcemente settembrina, passeggiavo sui bastioni della catalana Alghero. Poca folla: e una temperatura finalmente meravigliosa. A un certo punto, ecco spuntare un bambino molto grazioso – sei o sette anni al massimo – con degli occhiali molto grandi e delle lenti spessissime, il quale, come in preda a una strana frenesia, si spostava qua è là saltellando felice, guidato da quella specie di enorme stereoscopio che aveva sul naso. L’apice di questa euforia cinetica è stato raggiunto quando, attratto dal pianto forsennato d’un poppante, il piccolo è corso nel punto da cui quel suono straziante proveniva: incollando la sua faccia, per meglio vedere, a quella della neonata che urlava forsennata nel suo carrozzino.
Scena struggente e tenerissima, se volete: ma anche di stupefacente euforia dei, là dove improvvisamente il mondo, percepito a fatica da quel bambino ma con gioiosa ostinazione, sembrava diventare una meravigliosa occasione di festa. Mi sono ricordato del bellissimo racconto di Anna Maria Ortese che apre Il mare non bagna Napoli (1953): della piccola Eugenia che, vissuta nella nebbia d’una cecità quasi totale, mette per la prima volta gli occhiali: restando disgustata di quel vicolo dove viveva e che ora vedeva per la prima volta.

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