Aperitivi letterari
Una critica feroce alla bulimia culturale contemporanea, dove i libri diventano spesso strumenti di autopromozione più che occasioni di lettura, silenzio e pensiero
C’era un aperitivo letterario ieri in piscina alle terme. Ma perché si fanno gli aperitivi letterari? Che c’entra la letteratura coi Martini, gli Aperol e i Negroni? La vera letteratura è silenzio e solitudine, concentrazione. E non è ormai più di questo mondo. Basta andare a una presentazione per rendersi conto che non è più necessario leggere i libri: basta soltanto presentarli. E che dire di quelle (quelli) che quando si fanno i selfie su Facebook hanno sempre un libro in mano? Un evidente bisogno urbi et orbi di essere pubblicamente riconosciute (riconosciuti) come colte (colti).
Del resto, presentare un libro al giorno, senza che si faccia alcuna differenza tra Pasternak e Simonetta Agnello Hornby, W. G. Sebald e la poetessa Maria di Centocelle, è indizio d’una bulimia che distrugge la cultura invece che promuoverla. Ne sono sicuro: leggere a queste condizioni non è più un valore. Meglio una santa ignoranza. E che dire di quelli che ti cercano soltanto per chiederti di recensire il loro ultimo libro o che si autocelebrano in rete quotidianamente per la loro insulsa fatica letteraria, ma non hanno occhi e orecchi per niente altro? Ci vorrebbero, per raccontare tutto ciò, dei nuovi Marziale e Giovenale. Ma chi è più in grado oggi di esercitare l’arte della satira?
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