Corpo verticale
Arrampicare come atto di fede: un abbraccio alla montagna che diventa preghiera, relazione d’amore, ascesa del corpo e dello spirito. Fino a quella nostalgia finale che sa già di Eterno
“Arrampicare è diventare tutt’uno con la montagna”, mentre leggo queste righe mi sembra di aver davanti gli occhi di Beppe, le sue pupille illuminate di passione, lo sguardo di un nonno che è stato capace di non smarrire lo stupore dei bambini, forse perché per tutta la vita ha bevuto dai loro occhi, è stato maestro elementare. Provo a immaginarlo aggrappato a una parete, immagino il suo corpo che diventa della stessa sostanza della parete, diventiamo ciò a cui ci abbracciamo, mi sembra un’immagine perfetta della fede, aggrapparsi a Dio, questione di vita o di morte.
“Si crea un rapporto speciale tra le mie mani e i miei piedi che cercano, con delicatezza e rispetto di afferrarla e lei che sembra avvolgermi completamente come volesse inglobarmi” sembra una relazione d’amore, una danza, la mistica descrizione della preghiera quando smette di essere solo recitata. “Relazione riservata, a volte carica di tensione in cui la mente si concentra solamente su di lei”, non c’è spazio per nient’altro, il corpo diventa salmo “chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre”. Alla fine della salita però, dice Beppe, dopo la grande felicità dell’ascesa, ci si ritrova “come se mi sentissi orfano, con un corpo piccolo, fragile e vulnerabile”, nostalgia che ci accompagnerà fino al giorno dell’estrema ascesa, dell’abbraccio con l’Eterno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 

