Corpo in agonia

Roberta Dapunt racconta l’agonia come soglia sacra: non sconfitta, ma atto di fede e promessa di risurrezione.
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June 11, 2026
“Credo nel lamento di un uomo in agonia”, la poetessa Roberta Dapunt con la sua poesia “Credo” ci prende per mano accompagnandoci su una soglia estrema e sacra: l’agonia di un uomo morente. E lo fa da poetessa, a corpo nudo, a piedi nudi, come davanti al roveto ardente della divina presenza. Troppo spesso l’ultimo respiro del corpo è assediato da una scienza che rischia di non volersi mai arrendere alla morte come liberazione se imparassimo, invece, ad arrivarci a cuore nudo, a mani vuote, l’agonia si trasfigurerebbe da battaglia in momento di fede, di pura fede, la poetessa infatti crede. Usa questo termine esatto.
Crede nell’uomo in agonia. Crede all’“inaccessibile silenzio degli ultimi istanti di una vita” che non è più solo assenza di parole ma pienezza del Verbo, crede “nel lavaggio del suo corpo fermo” che diventa sindone, presenza e non solo freddo involucro da immobilizzare, crede “nel suo vestito a festa e nell’incrocio delle mani testimoni di un battesimo confidato”. E noi a credere con gli occhi del poeta, occhi di visioni indispensabili per noi che sempre più spesso tendiamo a credere che visibile sia solo ciò che noi riusciamo a vedere. “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”, dice Gesù nel Vangelo di Luca. E la poetessa vede, termina così “Quaresimale”, un'altra sua poesia: “niente impedirà la tua risurrezione, aspetto già il tuo ritorno”.

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