Elogio della scrittura umana, nonostante l’AI
L’intelligenza artificiale scrive grazie ai testi umani, ma rischia di impoverire chi li crea: lo mostrano il caso Anthropic, i libri generati automaticamente e il calo dei redditi degli autori.

Quanto vale la scrittura nell’era dell’intelligenza artificiale
Tremila dollari. È la cifra che Anthropic deve rimborsare per ogni libro utilizzato per addestrare un’IA dopo la sentenza con cui, lunedì scorso, la giudice federale Araceli Martínez-Olguín ha approvato in via definitiva l’accordo da un miliardo e mezzo di dollari tra l’azienda proprietaria del chatbot Claude e quasi mezzo milione di soggetti, tra autori ed editori. È una decisione senza precedenti, perché stabilisce il più grande accordo collettivo sul copyright statunitense. Tradotto: anni di ricerca, stesure e riscritture valutati quanto circa due mensilità di uno stipendio medio italiano.
Il caso Anthropic, mai usare libri piratati
La vicenda va compresa nei dettagli, perché il punto giuridico è meno scontato di quanto i titoli lascino intendere. Nel 2025 il giudice William Alsup aveva distinto due questioni: aveva considerato lecito addestrare un modello di intelligenza artificiale su libri protetti dal diritto d’autore, ritenendolo un uso «trasformativo» riconducibile al “fair use”. Scaricare oltre sette milioni di volumi da archivi pirata come Library Genesis, invece, resta una violazione distinta dall’impiego dei testi per l’addestramento. L’accordo da un miliardo e mezzo riguarda soltanto questo secondo aspetto e obbliga Anthropic a distruggere le copie illegali conservate. Non è stato dunque sanzionato l’uso dei testi: il problema è stato il modo in cui i volumi sono stati procurati.
Un accordo record che non chiude la partita sull’IA
Non tutti hanno accolto l’intesa come una vittoria: 350 autori hanno rifiutato l’accordo per procedere con cause autonome, ritenendo quei tremila dollari inferiori a quanto avrebbero potuto ottenere in aula. La giudice ha inoltre ridotto gli onorari degli avvocati da 187,5 a circa 101 milioni di dollari. Poiché Anthropic ha scelto di patteggiare, la pronuncia sul “fair use” non arriverà mai in appello e non diventerà un precedente vincolante. Di conseguenza, decine di cause analoghe contro Google, Meta e OpenAI sono ancora tutte da discutere e dall’esito assolutamente imprevedibile.
Libri scritti con l’IA, cresce l’offerta…calano i guadagni
Nel frattempo, il mercato dei libri sta cambiando, ma in meglio o in peggio? Uno studio pubblicato mercoledì su arXiv ha analizzato 14.419 romanzi autopubblicati su Amazon fra il 2023 e il 2026, soffermandosi poi sui dati di vendita. Il numero di titoli in commercio è cresciuto di oltre 19 volte, mentre i ricavi trimestrali sono cresciuti soltanto di 8 volte. I libri che contengono quote rilevanti di testo generato dall’intelligenza artificiale occupano una porzione ampia del catalogo e conquistano posizioni sempre più alte nelle classifiche, posti che prima appartenevano
a opere interamente umane. Nessuno di quei titoli, però, dichiara la presenza di testo generato automaticamente, mentre il guadagno medio per singolo libro continua a scendere. E scende per tutti, anche per chi quel volume lo ha scritto col sudore della propria fronte. I numeri di partenza erano già fragili: secondo i dati dell’Authors Guild presentati al Senato americano, il reddito mediano degli scrittori è calato del 42% in un decennio. Nel 2022, quello degli autori si fermava attorno ai ventimila dollari annui, di cui soltanto la metà proveniva dai libri.
Il paradosso dell’intelligenza artificiale, senza scrittori non può esistere
I modelli linguistici hanno bisogno di testi scritti da esseri umani per funzionare: manuali, dizionari, saggistica, narrativa, letteratura per ragazzi. Più quei testi sono curati, meglio funzionerà il chatbot. Ma se chi li produce non riesce più a vivere del proprio lavoro, con quali fonti addestreremo le intelligenze artificiali del futuro? Siamo davanti a una tecnologia che rischia di consumare l’ecosistema che la alimenta: è o non è un paradosso?
Perché continuare a insegnare a scrivere nell’epoca dell’IA
Davanti a questi dati e al trend negativo a cui stiamo assistendo, verrebbe, provocatoriamente, da porsi una domanda: se la macchina scrive, perché continuare a insegnare a farlo? Probabilmente perché scrivere è un processo prima ancora che un prodotto: serve a mettere ordine nei pensieri, a distinguere un’opinione da un argomento e a scoprire cosa si pensa davvero di una questione. Le linee guida per la scuola italiana insistono sul carattere antropocentrico dell’introduzione dell’intelligenza artificiale in ambito didattico e riservano particolare attenzione alle competenze cognitive superiori, che, come ha commentato Tuttoscuola, «non possono essere delegate alla macchina senza compromettere lo sviluppo del pensiero».
C’è un ultimo elemento, forse il più importante, utile a motivare ulteriormente questo elogio della scrittura umana: il risarcimento record dovuto da Anthropic afferma qualcosa di controintuitivo sul valore dei libri. Valgono perché, senza di essi, la tecnologia non esisterebbe. L’azienda ha dovuto pagare per esserseli procurati in modo illecito. Tremila dollari per volume sono una somma discutibile e molti autori la giudicano insufficiente. Eppure, il fatto che qualcuno abbia dovuto versarla riporta al centro una verità: dietro ogni testo c’è una persona che ha studiato, ricercato, pensato, faticato e…scritto.
La rete rende tutto raggiungibile e questa facilità di accesso viene spesso scambiata per il «permesso» di fare ciò che si vuole con i testi altrui. Educare, invece, significa anche far percepire il peso della fatica necessaria a scrivere, prima ancora del suo prezzo.
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