Arriva l’era del “distant writing”: perché imparare a scrivere da soli è ancora fondamentale
La proposta del filosofo Luciano Floridi e gli studi del MIT: il dibattito sulla scrittura (e la lettura) del futuro… per usare bene l’IA, dobbiamo prima imparare a scrivere da soli?

L'idea di Luciano Floridi
A febbraio 2027 la Columbia University Press pubblicherà venti racconti i cui autori non hanno scritto nemmeno una virgola, eppure le trame saranno centrate sui personaggi minori dei grandi romanzi britannici. Luciano Floridi, filosofo e docente a Yale e a Bologna, ha stabilito quali saranno le regole da seguire, per esempio il fatto che i racconti devono essere scritti con i modelli linguistici: è il distant writing, ossia scrittura a distanza, e il nome viene dal distant reading, che richiama la lettura a distanza di Franco Moretti, che usava il computer per individuare parole e strutture narrative ricorrenti in un gran numero di libri. Nel caso di Floridi, il computer serve a scrivere storie nuove, l’autore le progetta, dà le istruzioni, legge il risultato, poi decide cosa cambiare, cosa buttare e cosa correggere…non importa stabilire di chi siano le singole frasi, conta sapere chi risponde del testo: chi lo firma.
Nel saggio del 2025 in cui presenta l’idea del distant writing, Floridi propone un’osservazione: per capire se la macchina ha scritto bene, bisogna aver imparato a scrivere. Sappiamo che per molti ragazzi l’intelligenza artificiale fa già parte dei pomeriggi di studio, tra marzo e giugno, 5.342 studenti delle scuole secondarie hanno risposto all’indagine Io e l’Intelligenza Artificiale di Indire: tra gli intervistati, il 94% usa l’IA e l’84% se ne serve per i compiti, chiaramente le percentuali riguardano i partecipanti all’indagine e non si possono estendere a tutti gli studenti italiani.
Scrivere con ChatGPT o da soli? Cosa dice lo studio del
MIT
Che cosa cambia se si comincia a scrivere da soli o con l’aiuto di ChatGPT? Al MIT Media Lab i ricercatori hanno seguito 54 universitari mentre scrivevano un saggio, registrandone l’attività cerebrale con un elettroencefalogramma: chi aveva cominciato con ChatGPT, quando è passato alla scrittura senza aiuti, mostrava un minore coinvolgimento e ricordava poco del proprio testo, invece chi aveva cominciato da solo, invece, riusciva poi a trarre vantaggio da ChatGPT. Anche alla domanda su quanto sentissero “proprio” il saggio, gli studenti hanno dato risposte diverse: chi aveva scritto da solo lo sentiva quasi interamente suo, mentre tra quanti avevano usato ChatGPT, molti lo sentivano in parte proprio o addirittura si riconoscevano del tutto estranei al testo. Lo studio è piccolo e i risultati vanno letti con cautela, però servono per capire la questione posta da Floridi: quanto è difficile rispondere di un testo in cui ci si riconosce appena?
Intelligenza artificiale a scuola, come insegnare a
pensare e scrivere
In un’intervista sulla scuola, Floridi suggerisce di insegnare ai ragazzi a formulare le domande e, una volta ottenuta una risposta, a chiedersi: «Che cosa ci faccio con questa risposta?». Angela Spinelli, docente a Tor Vergata, ha studiato come gli studenti di un suo corso usano l’Ai: la maggior parte se ne serve per correggere la forma del testo, il 42,1% dichiara di averla usata per organizzare il lavoro. Spinelli propone di valutare anche le bozze: confrontandole si vede come è cambiato il testo, e lo studente può indicare dove si è fatto aiutare. Roberta Pellegrino, in una presentazione pubblicata dall’Università di Palermo, invita a leggere anche il dialogo con il chatbot: le domande e le risposte spesso raccontano più dell’elaborato finale; quindi, si potrebbe chiedere allo studente di spiegare a voce le sue scelte.
L'IA può scrivere al posto nostro, ma può anche pensare?
La questione riguarda anche chi scrive per mestiere, perché nel 2025 la rivista Nature Reviews Bioengineering ha pubblicato un editoriale dal titolo Writing is thinking, scrivere è pensare. Se un ricercatore affida all’IA la stesura di un articolo, si chiedeva la rivista, quale pensiero arriva al lettore: quello dello studioso o quello della macchina? Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas, mette in guardia da «quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» e parla di un necessario «digiuno» dall’intelligenza artificiale. Già nel 1967, in Cibernetica e fantasmi, Italo Calvino si domandava: «avremo la macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore?». Immaginava calcolatori in grado di comporre romanzi e cercava il senso di quelle storie nei «fantasmi» delle persone e della società intorno alla macchina.
I racconti di Floridi danno oggi una risposta: la macchina scrive, l’autore-orchestratore “orienta” la macchina e risponde di ciò che pubblica. A scuola e in famiglia, però, resta il compito che richiede più tempo: insegnare ai ragazzi a scrivere da soli, perché è così che, un giorno, leggendo una frase scritta dalla macchina, sapranno accorgersi se dice davvero ciò che avevano in mente.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





