L’Australia frena sull’IA a scuola, l’allarme sull’apprendimento

L’intelligenza artificiale è sempre più presente nello studio degli adolescenti, ma usarla significa anche imparare meglio? I dati dell’OCSE e le ricerche australiane sollevano interrogativi sui rischi per l’apprendimento.
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October 17, 2026
L’Australia frena sull’IA a scuola, l’allarme sull’apprendimento
Immagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it

Intelligenza artificiale a scuola, cosa emerge dal rapporto PISA 2025

Quasi un quindicenne italiano su due usa un chatbot per studiare almeno una volta alla settimana. È quanto emerge dal rapporto PISA (Programma per la valutazione internazionale degli studenti) pubblicato a settembre 2026: in Italia lo fa il 47% degli studenti, poco più della media dei Paesi Ocse, ferma al 46%. Ma per che cosa viene usata l’intelligenza artificiale? Il 39% dei ragazzi la consulta per fare ricerche, mentre il 36% le chiede di riassumere i testi; in entrambi i casi, si tratta di percentuali superiori alla media Ocse, pari al 31%. Il rapporto, che ha coinvolto 760 mila quindicenni di 91 Paesi, cerca per la prima volta di capire che rapporto ci sia tra l’uso dell’intelligenza artificiale e ciò che gli studenti imparano davvero. Leggendo bene il documento emerge un dato interessante: i ragazzi che chiedono al chatbot di riassumere un testo anziché leggerlo ottengono, in media, risultati peggiori nelle prove di scienze. Questo non significa necessariamente che sia l’intelligenza artificiale a far peggiorare i voti: i dati mostrano un legame, ma non permettono di stabilire un nesso causa effetto. La differenza si misura soprattutto nel modo in cui questi strumenti vengono utilizzati, perché chi si limita a copiare o ad accettare le risposte del chatbot rischia di imparare meno, mentre invece chi invece fa domande e mette in discussione ciò che legge tende a ottenere risultati migliori.

I rischi dell’intelligenza artificiale per gli studenti, l’allarme australiano

Una lettura simile è arrivata mercoledì scorso dall’Australia: l’Australian Education Research Organisation (Aero), l’ente nazionale che si occupa di ricerca sull’istruzione, ha invitato le scuole a non abusare dell’intelligenza artificiale. La direttrice Jenny Donovan parla di «cognitive outsourcing», espressione che indica la tendenza ad affidare alla tecnologia anche il lavoro mentale che dovremmo fare da soli; questa delega rappresenta un rischio soprattutto per chi sta ancora imparando le basi di una materia. Il problema emerge anche da alcuni studi condotti in altri Paesi. Alcuni studenti che durante l’anno avevano ottenuto buoni risultati grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale non sono riusciti a ripeterli durante gli esami, quando non potevano più utilizzarla. Per questo Aero consiglia di tenere questi strumenti fuori dalle aule nei primi tre anni della scuola primaria. Nel Nuovo Galles del Sud, inoltre, le scuole potranno assegnare agli studenti degli ultimi anni una sola prova valutativa da svolgere a casa, che potrà incidere per non più del 15% sulla valutazione.

Chatbot e apprendimento, come usare l’IA senza smettere di ragionare

Il punto, insomma, è evitare che l’intelligenza artificiale faccia tutto al posto degli studenti. Andreas Schleicher, direttore per l’istruzione dell’Ocse, lo ha spiegato bene con un paragone sportivo: per imparare bisogna allenare la mente, proprio come si allenano i muscoli: senza impegno e senza fatica non si migliora.
Schleicher ha anche richiamato l’attenzione su una differenza nel modo in cui l’intelligenza artificiale viene usata nelle scuole. Secondo quanto riportato dal Washington Times, in un intervento al New York Times ha osservato che in Occidente gli insegnanti tendono a impiegarla per rendere più semplici i compiti degli studenti. In Asia, invece, sarebbero soprattutto i docenti a utilizzarla, con l’obiettivo di far ragionare e lavorare di più i ragazzi.
I dati che emergono simultaneamente dal Rapporto PISA e dalla ricerca Aero, pur partendo da presupposti e da realtà ben diverse, conducono alla stessa domanda: se un chatbot risolve i problemi al posto nostro, che cosa impariamo davvero?
Intelligenza artificiale nella scuola italiana, nuove regole e formazione dei docenti
La questione riguarda da vicino anche la scuola italiana. Il decreto legislativo n. 179 del 2026, che entrerà in vigore venerdì prossimo, introduce l’intelligenza artificiale tra i temi dell’educazione civica e prevede che, entro novanta giorni, un decreto ministeriale stabilisca i criteri per la formazione degli insegnanti. Non c’è dubbio: sarà proprio la preparazione dei docenti a fare la differenza. L’obiettivo dovrebbe essere quello di insegnare agli studenti quando è possibile fidarsi di un chatbot e quando è meglio fare da soli. Perché l’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso nello studio, però non deve eliminare proprio quella parte di fatica che permette di imparare.

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