AI a scuola e in famiglia, vietare ChatGPT ai ragazzi non è una strategia efficace

L’intelligenza artificiale è entrata nelle case, nelle scuole, nello sport, negli oratori e nelle vite dei più giovani, portando con sé opportunità e nuove domande educative
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June 27, 2026
AI a scuola e in famiglia, vietare ChatGPT ai ragazzi non è una strategia efficace
Immagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it
Sonia Montegiove, autrice di “AI come ansIA. Cosa dobbiamo sapere per insegnare ai più giovani a convivere con l'intelligenza artificiale” (Apogeo, 2026), è giornalista sui temi dell’innovazione digitale, ingegnera informatica e formatrice che da anni si occupa di aiutare genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze a orientarsi nell’uso consapevole delle tecnologie. Il suo libro è stato presentato in occasione del We Make Future, la fiera internazionale dell’innovazione che si è svolta questa settimana a Bologna. In questa occasione le abbiamo chiesto che tipo di ansia circola oggi tra genitori e insegnanti davanti all'AI. «L'ansia che incontro più spesso, ci racconta Sonia Montegiove, è legata a un senso di inadeguatezza rispetto alla capacità di usare strumenti digitali. Un'ansia che porta gli adulti - come già successo con i social network - a rinunciare ad accompagnare i giovani e i bambini». Così gli adulti si sentono disorientati: «i modelli educativi tradizionali, continua l’autrice, sembrano meno efficaci, non abbiamo ricette che possono funzionare e che i nostri genitori ci hanno passato, il digitale ha cambiato le relazioni e abbiamo sviluppato nel tempo mille paure per un futuro che non somiglia a quello che avremmo voluto costruire». 
Lei racconta di una persona colta che le dice "ho un nuovo amico, è l'intelligenza artificiale". Quando un adulto istruito chiama "amico" un software, il problema non sono i ragazzi: siamo noi… 
Quando un adulto (o un giovane) definisce "amico" un chatbot, sta sicuramente confondendo una macchina con una persona, ma nel farlo probabilmente ci dice che ha bisogno di quell'ascolto e assenza di giudizio che la macchina garantisce perché programmata per fare questo. Non credo che l'Intelligenza Artificiale generi nuove fragilità, ma le rende forse più visibili e ci obbliga a provare un po' di sana ansia, ovvero quella che dovrebbe farci riflettere sul perché tante persone, adulti compresi, cerchino in un chatbot qualcosa che un tempo trovavano nelle relazioni umane. 
Molti genitori oscillano tra due estremi: entusiasmo cieco o terrore. Lei propone una terza via, quella della consapevolezza. Ma cosa dovrebbe sapere un genitore per accompagnare un figlio che usa ChatGPT? 
Credo che un genitore debba sapere innanzitutto che qualunque servizio di AI generativa per essere usato in modo sicuro e responsabile deve essere prima di tutto conosciuto e sperimentato. Deve ricordare che l'AI generativa non è una fonte di verità, ma uno strumento che genera risposte plausibili, apparentemente corrette ma non necessariamente ben contestualizzate. Deve sapere che quello strumento può essere utile - anche e soprattutto nello studio - e che può anche aiutarci a essere creativi. Deve sapere che il divieto assoluto difficilmente funziona e che oggi è probabilmente anacronistico pensare di poter escludere del tutto l'AI generativa dalla vita dei propri figli. Un genitore non deve dimenticare che il suo ruolo è importante oggi più che mai perché serve una guida che possa aiutare i giovani a dare un senso al modo in cui si usa l'AI. 
Recentemente la Treccani ha registrato tra i neologismi del 2026 la parola "epistemia": l'illusione di possedere conoscenza solo perché l'AI ci dà risposte che "suonano bene". È un rischio solo per i ragazzi o riguarda anche gli adulti che delegano all'AI? 
L'epistemia riguarda tutti, e forse ancora di più gli adulti. Rischiamo, infatti, di confondere la fluidità di una risposta con la sua correttezza. È una tentazione molto umana: se qualcosa è scritto bene, tende a sembrarci vero e l'epistemia nasce proprio qui. Non è l'ignoranza, ma l'illusione della conoscenza, la sensazione di sapere senza aver realmente compreso. Per questo l'educazione all'AI dovrebbe aiutarci a imparare a distinguere tra informazione, comprensione e giudizio critico. L'AI può fornirci la prima (non necessariamente sempre corretta e verificata su fonti attendibili), ma le altre due restano in carico alle persone che la usano. 
Gianni Rodari aveva immaginato una "macchina per fare i compiti" che chiedeva in cambio il cervello del bambino. Oggi quella macchina esiste e si chiama ChatGPT. Ma la risposta è vietarla o insegnare a usarla? Diversi studi danno risultati opposti: quali sono le condizioni perché l'AI aiuti davvero lo studio anziché impoverirlo? 
Spesso gli studi che leggono (anche molto contrari all'AI) arrivano a una conclusione comune: l'effetto dipende dall'uso che facciamo dell'AI. Se uno studente delega completamente il lavoro cognitivo alla macchina, ovviamente, apprende meno. È quello che succede già oggi quando i genitori si sostituiscono nel fare i compiti a casa. Se invece l'AI viene usata come tutor, come interlocutore, come strumento di verifica o approfondimento, allora può favorire l'apprendimento. La differenza non sta nella tecnologia ma nel ruolo che le assegniamo. L'AI deve fare da co-pilota per poter amplificare le capacità cognitive e per non sostituirle. Per fare questo i giovani hanno chiaramente bisogno di supporto da parte di scuola e famiglia. Non basta chiedersi se uno studente ha usato ChatGPT, ma magari cercare di capire come lo ha usato per poterlo guidare nel modo corretto. 
OpenAI stessa ha rivelato che oltre un milione di utenti a settimana intrattiene con ChatGPT conversazioni con indicatori di pianificazione suicidaria. Un giovane su cinque, negli Usa, ha già tentato un rapporto sentimentale con un'AI. Quando un adolescente preferisce confidarsi con un algoritmo piuttosto che con una persona, cosa è andato storto? 
Un giovane che si confronta con l'AI è una persona che in quella macchina cerca e trova sempre ascolto immediato, disponibilità continua, assenza di giudizio e l'accondiscendenza e la ruffianeria delle macchine. Tutte cose che semplificano al massimo ogni confronto e rapporto. Sappiamo bene che nessuna AI può sostituire una relazione autentica, fatta di reciprocità, confronto, empatia, ma anche conflitto. Il fatto che si cerchino "non relazioni" dovrebbe farci riflettere su quanto oggi siamo capaci di costruire contesti in cui le persone siano davvero presenti, aperte all'ascolto non giudicante e disponibili. L'AI credo ci stia mostrando una solitudine che probabilmente esisteva già. Ignorarlo sarebbe un errore. 
Spesso si presenta l'AI come qualcosa che separa le generazioni, ma è possibile che diventi invece un'occasione di incontro? Un terreno comune in cui adulti e ragazzi imparano insieme? 
Credo che questa sia una delle opportunità più interessanti. 
Mi piace pensare che l'AI crei una situazione unica, inedita: possiamo imparare insieme, adulti e giovani. Possiamo ricostruire un ponte generazionale confrontandoci su come usare al meglio uno strumento digitale: un genitore può chiedere a un figlio di mostrargli come usa un'AI generativa e un ragazzo può chiedere a un insegnante come verificare una risposta dell'AI. In quel momento non c'è una parte che insegna e una che impara: c'è una comunità che sperimenta insieme. Uno degli insegnamenti che porto con me e che devo a mio padre è che educare non significa avere risposte certe ed esatte sempre, ma esserci, mettendo a disposizione la nostra esperienza, il nostro punto di vista e poi la nostra spalla su cui appoggiarsi quando serve. 

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