Il filosofo di Harvard Sandel: «Contro i populismi la politica torni ad ascoltare»
di Eugenio Fatigante, Annamaria De Paola
Secondo l'intellettuale, che sarà a Venezia il 4 giugno, «molti non chiedono solo salari migliori», ma «il fallimento delle élite nel dare risposte genera rabbia» che sfocia in questi movimenti. L’Italia e i governi tecnici: attenti, così la democrazia s’indebolisce

Nel pensiero di Michael Sandel la parola chiave è dignità. Quella concreta delle persone che lavorano e partecipano alla vita della comunità. Da anni il filosofo di Harvard, tra gli intellettuali più influenti e attenti alla politica, famoso per i suoi corsi super affollati dagli studenti e autore del libro La tirannia del merito, osserva le ferite che attraversano le democrazie occidentali. Dietro la rabbia che alimenta populismi e polarizzazioni, sostiene, c’è qualcosa di profondo, il sentimento di essere diventati invisibili. «La reazione populista è stata una rivolta contro l’umiliazione», è la sua premessa. Giovedì 4 giugno Sandel sarà a Venezia, al Berggruen Institute Europe che gli ha assegnato il Berggruen Prize 2025 (un premio da un milione di dollari), considerato il Nobel della filosofia, per una conferenza sul tema “La democrazia in pericolo: percorsi per un rinnovamento civico”. Lo incontriamo mentre il mondo è attraversato da una successione di crisi. E la prima sorpresa è che Sandel non parte dalla politica, ma da una virtù antica: l’ascolto. E ricorda un aneddoto: «Da studente, nel 1971 sfidai in un dibattito davanti a oltre 2mila studenti Ronald Reagan, allora governatore della California. Persi quel confronto non perché l’avversario avesse argomenti migliori, ma perché era capace di una dote oggi rarissima: ascoltare e farsi ascoltare, riuscendo a “conquistare senza convincere”. E forse è proprio dalla perdita di questa capacità relazionale che ha inizio la crisi delle democrazie contemporanee».
Professore, qual è la malattia profonda che sta consumando le democrazie occidentali?
Le disuguaglianze economiche sono parte della risposta, ma non spiegano tutto. Negli ultimi decenni si è aperta una frattura tra cosiddetti “vincitori” e “perdenti”. Chi ha avuto successo ha finito per convincersi che sia esclusivamente meritato. È il lato oscuro della meritocrazia: rende arroganti i vincitori, che dimenticano il ruolo delle circostanze favorevoli da cui spesso partono. E chi resta indietro interiorizza il fallimento come una colpa personale. È una miscela esplosiva.
Le disuguaglianze economiche sono parte della risposta, ma non spiegano tutto. Negli ultimi decenni si è aperta una frattura tra cosiddetti “vincitori” e “perdenti”. Chi ha avuto successo ha finito per convincersi che sia esclusivamente meritato. È il lato oscuro della meritocrazia: rende arroganti i vincitori, che dimenticano il ruolo delle circostanze favorevoli da cui spesso partono. E chi resta indietro interiorizza il fallimento come una colpa personale. È una miscela esplosiva.
Lei sostiene che il populismo nasce prima di tutto da una ferita morale.
Esatto. Molte persone non chiedono soltanto salari migliori come segno che “valgono”. Chiedono riconoscimento, ascolto. Quando le persone si sentono disprezzate, la rabbia diventa inevitabile. Gran parte della polarizzazione oggi nasce da qui.
Esatto. Molte persone non chiedono soltanto salari migliori come segno che “valgono”. Chiedono riconoscimento, ascolto. Quando le persone si sentono disprezzate, la rabbia diventa inevitabile. Gran parte della polarizzazione oggi nasce da qui.
È qui che Donald Trump ha trovato il suo spazio politico?
In larga misura sì. Sarebbe troppo semplice spiegare la sua ascesa solo con il razzismo o la xenofobia. Trump ha intercettato un risentimento reale e ha dato voce a persone che si sentivano ignorate. La sua risposta è stata divisiva e perniciosa. Ma va compreso il fenomeno e, prima, la ferita che lo ha reso possibile.
In larga misura sì. Sarebbe troppo semplice spiegare la sua ascesa solo con il razzismo o la xenofobia. Trump ha intercettato un risentimento reale e ha dato voce a persone che si sentivano ignorate. La sua risposta è stata divisiva e perniciosa. Ma va compreso il fenomeno e, prima, la ferita che lo ha reso possibile.
In Italia abbiamo un movimento - i 5 Stelle - che, nato dal basso, ha portato in Parlamento molti cittadini comuni.
Con la globalizzazione, nei Parlamenti siedono in genere molte meno persone provenienti dalla classe lavoratrice rispetto al passato. C’è più distanza tra governanti e governati. Quindi trovo positivo che cittadini comuni entrino nelle istituzioni. Certo, alcuni movimenti populisti hanno alimentato intolleranza e divisioni, ma la loro crescita riflette il fallimento delle élite tradizionali nel dare risposta a problemi reali.
Con la globalizzazione, nei Parlamenti siedono in genere molte meno persone provenienti dalla classe lavoratrice rispetto al passato. C’è più distanza tra governanti e governati. Quindi trovo positivo che cittadini comuni entrino nelle istituzioni. Certo, alcuni movimenti populisti hanno alimentato intolleranza e divisioni, ma la loro crescita riflette il fallimento delle élite tradizionali nel dare risposta a problemi reali.
L’Italia è stata in Europa il Paese con più governi tecnici, da Dini a Monti e Draghi. Dove si colloca il confine tra competenza e democrazia?
I titoli accademici non garantiscono la capacità di governare bene. E le questioni non sono mai soltanto tecniche. Dietro ogni scelta fiscale, industriale o sociale ci sono idee diverse di giustizia e di bene comune. Quando definiamo una decisione come “solo tecnica”, spesso nascondiamo il conflitto morale che contiene. Attenzione, quindi: le democrazie si indeboliscono quando i cittadini hanno la sensazione che tutto si decida altrove.
I titoli accademici non garantiscono la capacità di governare bene. E le questioni non sono mai soltanto tecniche. Dietro ogni scelta fiscale, industriale o sociale ci sono idee diverse di giustizia e di bene comune. Quando definiamo una decisione come “solo tecnica”, spesso nascondiamo il conflitto morale che contiene. Attenzione, quindi: le democrazie si indeboliscono quando i cittadini hanno la sensazione che tutto si decida altrove.
Per decenni leader progressisti come Bill Clinton, Barack Obama e Tony Blair hanno ripetuto: «Se vuoi avere successo, studia». È stato un errore?
L’errore non sta nel valorizzare l’istruzione. Il problema nasce quando la si trasforma nel criterio fondamentale per misurare il valore delle persone. Quando Clinton diceva: «Ciò che guadagnerai dipenderà da ciò che imparerai», intendeva incoraggiare la mobilità sociale. Molte persone però hanno interiorizzato qualcosa di diverso: se non riesci, la colpa è tua. Invece di interrogarsi sulle delocalizzazioni, sulla finanziarizzazione dell’economia o sulla stagnazione salariale, la politica diceva ai cittadini: «Migliorate voi stessi». È nato così un nuovo pregiudizio: la laurea come certificato di superiorità morale.
L’errore non sta nel valorizzare l’istruzione. Il problema nasce quando la si trasforma nel criterio fondamentale per misurare il valore delle persone. Quando Clinton diceva: «Ciò che guadagnerai dipenderà da ciò che imparerai», intendeva incoraggiare la mobilità sociale. Molte persone però hanno interiorizzato qualcosa di diverso: se non riesci, la colpa è tua. Invece di interrogarsi sulle delocalizzazioni, sulla finanziarizzazione dell’economia o sulla stagnazione salariale, la politica diceva ai cittadini: «Migliorate voi stessi». È nato così un nuovo pregiudizio: la laurea come certificato di superiorità morale.
Papa Leone XIV ha dedicato la sua prima enciclica all’intelligenza artificiale. Perché la Chiesa ha colto prima della politica la vera posta in gioco?
Perché pone una domanda fondamentale: che cosa significa essere umani? Efficienza, velocità, innovazione sono questioni importanti, ma non sufficienti. La domanda decisiva è un’altra: queste tecnologie rafforzano le relazioni umane oppure le indeboliscono? Ci aiutano a costruire comunità o ci rendono più isolati? Quando iniziamo a credere che l’intelligenza artificiale, come una nuova religione secolare, possa liberarci dalle nostre fragilità, entriamo nel territorio dell’idolatria.
Le religioni possono ancora offrire un antidoto?
Credo di sì. Quando chiediamo ai cittadini di lasciare fuori dalla vita pubblica le loro convinzioni morali e religiose, impoveriamo il dibattito democratico. Il vuoto che si crea viene spesso riempito da nazionalismi aggressivi, fondamentalismi o ideologie autoritarie. Le tradizioni religiose possono invece offrire un linguaggio della responsabilità reciproca, della solidarietà e della dignità umana. Una democrazia sana ha bisogno anche di questo.
Credo di sì. Quando chiediamo ai cittadini di lasciare fuori dalla vita pubblica le loro convinzioni morali e religiose, impoveriamo il dibattito democratico. Il vuoto che si crea viene spesso riempito da nazionalismi aggressivi, fondamentalismi o ideologie autoritarie. Le tradizioni religiose possono invece offrire un linguaggio della responsabilità reciproca, della solidarietà e della dignità umana. Una democrazia sana ha bisogno anche di questo.
Sta lavorando a un nuovo libro. Di cosa parlerà?
Si intitolerà “Rinnovamento. Come guarire un Paese diviso”, e nasce proprio dalla convinzione che le nostre società abbiano bisogno di una nuova politica del bene comune. Per troppo tempo abbiamo pensato che fosse sufficiente garantire crescita economica e opportunità individuali. Oggi scopriamo che non basta. Le persone desiderano essere ascoltate e rispettate. La democrazia richiede di imparare a convivere con le differenze senza smettere di riconoscerci come membri della stessa comunità politica. Oggi questo è il compito più urgente.
Si intitolerà “Rinnovamento. Come guarire un Paese diviso”, e nasce proprio dalla convinzione che le nostre società abbiano bisogno di una nuova politica del bene comune. Per troppo tempo abbiamo pensato che fosse sufficiente garantire crescita economica e opportunità individuali. Oggi scopriamo che non basta. Le persone desiderano essere ascoltate e rispettate. La democrazia richiede di imparare a convivere con le differenze senza smettere di riconoscerci come membri della stessa comunità politica. Oggi questo è il compito più urgente.
E forse il più rivoluzionario.
Sì. Perché il vero contrario della democrazia non è il conflitto. È l’indifferenza reciproca.
Sì. Perché il vero contrario della democrazia non è il conflitto. È l’indifferenza reciproca.
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