La linea «testardamente unitaria» di Schlein non prevede nuovi federatori

La leader del Pd alla stampa estera esalta la portata “sovranazionale” del risultato referendario: «Le destre nazionaliste saranno sconfitte». I segnali di chiusura su possibili figure di raccordo. «Pronti al voto in qualsiasi momento». Conte, già in versione campagna elettorale, martella il Governo
March 25, 2026
La linea «testardamente unitaria» di Schlein non prevede nuovi federatori
La segretaria del Pd, Elly Schlein, nel corso della conferenza alla Stampa Estera a Roma / Ansa
L’ebbrezza per la vittoria referendaria gonfia l’ambizione di Elly Schlein, che lancia l’assalto a Palazzo Chigi con un’armata ancora tutta da costruire. La segretaria del Pd sa bene che l’esecutivo arriverà quasi certamente a scadenza naturale, ma l’affermazione del No merita di essere celebrata in pompa magna e impone di nascondere le difficoltà del fronte progressista, specie davanti a un Governo che perde pezzi. In un eccesso di confidenza è la stessa leader dem a contraddirsi sotto il tiro dei cronisti convocati alla sala stampa estera per lo show post-referendum. Prima dice che il centrosinistra è pronto al voto in qualunque momento, poi però ammette che la leadership della coalizione resta da stabilire, che serviranno le primarie (o forse basterà vedere chi prende più voti) e che prima ancora di quelle bisognerà mettere a punto un programma. Quindi no, il campo largo non è pronto. Ma tutto sommato è giusto godersi il momento.
La linea resta «testardamente unitaria», anche perché non ci sono alternative, e Schlein la rivendica ostentando sicurezza: «In qualunque momento saranno le elezioni, noi ci faremo trovare pronti. Troveremo l'accordo sul programma per l'alternativa. Non partiamo da zero. Abbiamo portato avanti tante iniziative unitarie, come quella del salario minimo». E le primarie si faranno? «Ci metteremo d'accordo. Ho dato la disponibilità a qualunque modalità sarà scelta. Ma non cadiamo in un dibattito politicista». Il fatto è che il dibattito si impone da sé, specie dopo che Giuseppe Conte è tornato a invocare il voto interno, che un outsider di peso come Ernesto Ruffini si è già fatto avanti e che la sindaca di Genova, Silvia Salis - da molti data per possibile sfidante - ha detto di chiaramente di non appoggiare l’idea dei gazebo: «Io sono stata eletta con le primarie e quindi sono uno strumento che difendo - risponde Schlein -. Se sarà quella la modalità, io sono disponibile. Ci metteremo d'accordo anche su questo». Ovviamente si può sempre fare «come la destra», ovvero decide «chi prende un voto in più». Quel che è certo, però, è che l'epoca dei federatori e dei papi stranieri «è finita». Ruffini è avvisato.
Conte invece, che “straniero” non è, si tiene lontano dalla disputa e passa l’intera giornata a martellare il Governo. Quel che pensa delle primarie l’ha già detto: il M5s sarà della partita solo se si faranno, preferibilmente anche online. E per lui prima cade Meloni e meglio è, perché sa benissimo che allo stato il suo gradimento come leader è superiore a quello di Schlein.
Per il momento, però, ciò che conta è tenere insieme tutti. Già, ma come? Per la leader dem basta prendere esempio dai successi già raccolti dal centrosinistra unito: «Lo abbiamo fatto l'anno scorso in tutte le Regioni che andavano al voto – argomenta –. E questa coalizione è riuscita a battere le destre in diverse Regioni, i nostri voti assoluti sono più dei loro». Questo però non vuol dire compattarsi «solo contro Giorgia Meloni», ma farlo «per realizzare le nostre proposte», perché «sono molte di più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono». E per riuscire a definirle la segretaria ha in mente anche di coinvolgere i cittadini, perché, dice, «la costruzione del programma dell'alternativa non può prescindere dall'ascolto e dal coinvolgimento di chi ha votato al referendum». L’obiettivo è chiaro: rendere «maggioranza politica» l’alternativa che ha portato i cittadini a respingere la riforma Nordio, «tenere un filo» e «non disperdere questa spinta». Magari riunendo anche i movimenti che si sono mobilitati «in un grande appuntamento» comune. Poi, una volta fatto questo, «battere Meloni alle elezioni» non sarà più un traguardo proibitivo.
Questo per il futuro, ma intanto in cassa c’è una vittoria importante. Schlein vuole sfruttarla in ogni modo, puntandoci molto. Forse anche troppo, specie quando dice che l’eco del risultato «arriverà ben oltre i nostri confini» e che «dall’Italia inizierà la sconfitta delle destre nazionaliste». Lei però ne sembra convinta e ovviamente non può che caricare sull’esito del voto il maggior peso politico possibile: «Un'affluenza così alta è un chiaro messaggio politico su cui Meloni deve riflettere. Ci sono difficoltà nel governo, lo vediamo in queste ore. Siamo riusciti a far calendarizzare la mozione di sfiducia a Santanchè (che poi in serata si è dimessa, ndr). Ci sono conseguenze politiche dopo il referendum. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi sono state tardive perché c'è il dubbio che con un esito diverso del referendum non ci sarebbero state».
La segretaria picchia duro anche sulle promesse mancate della premier, tra le quali, nota, anche quella di maggior sicurezza: «Questi problemi», ragiona evocando la vicenda della professoressa accoltellata da uno studente a Bergamo, «non si affrontano solo con un approccio repressivo. Non si risolve coi metal detector all'ingresso delle scuole. Ma serve la prevenzione. Invece il Governo non ha messo un soldo sulla repressione e ha tagliato quelli sulla prevenzione». Qualche cronista la stuzzica, chiedendole anche quale legge dell’attuale Governo cambierebbe se arrivasse a Palazzo Chigi: «Faccio fatica a trovare una priorità - risponde – perché le abbiamo duramente contrastate tutte. Ma una delle cose da affrontare con più urgenza è l'autonomia differenziata». Dossier molto lontani, almeno per ora, e che però servono a tenere il fuoco acceso.

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