Libano, Nato, bilancio europeo: di cosa hanno parlato ad Antibes Macron e Meloni
Il primo vertice intergovernativo Francia-Italia. I due leader lanciano una coalizione per il Libano

Un aereo per Nizza, poi in macchina lungo la Costa Azzurra. Meno di 30 chilometri, fino ad Antibes, dove Picasso visse per qualche mese nel 1946. Il primo vertice intergovernativo tra Francia e Italia dopo la firma del Trattato del Quirinale comincia da qui, nel castello Grimaldi, divenuto un museo dedicato al pittore spagnolo. Emmanuel Macron accoglie la premier con una battuta: «Giorgia, da quanto tempo che non ci vediamo». «Tanto!», risponde lei assecondando la gag del capo dell’Eliseo: entrambi sanno che i dossier comuni sono stati già aperti a Evian, in occasione del G7, e certamente rivisti al Consiglio Europeo della scorsa settimana e ancora a Berlino per il summit del formato E5 (mercoledì). Ma l’ironia aiuta a sciogliere le tensioni, come pure la visita guidata al museo assieme ai ministri della Cultura dei due Paesi, Alessandro Giuli e Catherine Pégard, parte delle nutrite delegazioni giunte in Francia per l’occasione, nove ministri per ciascun governo.
Il vertice vero e proprio si celebra nel tardo pomeriggio in villa Eilenroc, a Cap d'Antibes, e per Meloni, dopo lo scontro con Donald Trump, si rivela assolutamente necessario. La premier porta a casa almeno due risultati, quelli su cui aveva puntato di più. Il primo, e più importante, è l’appoggio francese per ridisegnare la missione Unifil in Libano, in scadenza a fine anno. Italia e Francia «sono due nazioni impegnate da sempre per la pace e la stabilità», spiega Meloni, ed entrambe ritengono necessario «garantire una presenza internazionale che scongiuri un pericolosissimo vuoto di sicurezza». Per questo, prosegue, «insieme abbiamo deciso di lanciare una coalizione per il sostegno del Libano post-Unifil, magari anche immaginando presto una conferenza internazionale per l'avvio dell'iniziativa». Il mandato dovrà essere «il più chiaro possibile», conferma Macron, «con l'obiettivo di garantire la sopravvivenza libanese, l'integrità territoriale del Libano e attuare ciò che il presidente Aoun ha dichiarato sin dal primo giorno del suo incarico, il monopolio delle armi nelle mani delle forze armate libanesi».
L’altro punto a favore della premier è il sostegno sul bilancio europeo: il capo dell’Eliseo lo esplicita confermando «convergenze in vista del prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 dell'Unione Europea » e parlando di «stessi obiettivi», tra i quali rientrano anche possibili «meccanismi comuni di indebitamento». Una manna dal cielo per Meloni, già impegnata su questo fronte con il gruppo degli “Amici della coesione”. Un circolo di cui la Francia non fa parte, ma sapere che da Parigi le porte del dialogo non sono chiuse è già un passo avanti.
Unità di intenti anche sull’Ucraina e sulla crisi di Hormuz. Sul primo punto la presidente del Consiglio invoca un ruolo per l’Unione nel negoziato e in questo modo sembra piegare la strategia del mediatore unico (da lei lanciata) verso soluzioni più gradite a Parigi. Al contempo prova a ritagliarsi un ruolo nella partita, che invece Macron ha provato a condurre solo con Germania e Uk nel formato E3. Mentre il presidente francese rivendica il risultato (ottenuto a Evian) di aver riportato gli Usa su posizioni più allineate a quelle dell’Unione. E questo, almeno per Macron, vale anche per Hormuz: «Abbiamo un ruolo importante per contribuire all'apertura dello stretto» e «vogliamo farlo in maniera pacifica, in accordo con tutti gli stakeholder per arrivare a una stabilità duratura».
Incalzata dai cronisti, Meloni ha modo di tornare anche sulle uscite di Mark Rutte, confermando quanto affermato mercoledì («Abbiamo rispettato i nostri impegni e concesso le basi solo per operazioni logistiche») e ribadendo la necessità di trattare questi temi con maggior «prudenza» di quella usata dal segretario della Nato. E quando le viene chiesto dei rapporti «glaciali» avuti con lo stesso Macron, non si scompone: «Siamo due persone che difendono il loro interesse nazionale, ma che sanno lavorare insieme. Questo richiede chiaramente franchezza anche quando non si è d'accordo». Il collega se la cava invece con una battuta: «Viviamo tutti sotto lo stesso clima che è caldo: non c'è più nulla di glaciale. Francia e Italia sono partner naturali e indispensabili» e il trattato del Quirinale, come scrivono i due leader nella dichiarazione congiunta , resta «una pietra angolare delle nostre relazioni». Circostanza confermata anche dalla cena seguita alla conferenza stampa, dove ai due presidenti viene riservato un tavolo esclusivo per due.
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