Campo largo ancora diviso sull'Ucraina, ma senza drammi
Astensioni incrociate sulle rispettive risoluzioni nel dibattito prima del Consiglio Ue. Schlein: «Ma abbiamo votato insieme su diversi punti»

Le due risoluzioni presentate dalla maggioranza e quella di Fn di Vannacci rendono meno evidente l’ennesimo appuntamento parlamentare in vista del Consiglio europeo con focus sulla guerra in Ucraina, che continua a vedere l’alleanza di centrosinistra camminare in ordine sparso, anche se per la prima volta ci si accorda per evitare i voti contrari e rifugiarsi in meno traumatiche astensioni reciproche. I soliti veti e i voti incrociati fanno e disfano le due coalizioni sfilacciate, per ammissione della stessa premier Giorgia Meloni, sulla scelta di aiutare o meno il popolo ucraino a difendersi dall’aggressione di Putin. Mentre la fluidità dei consensi di Azione viene oscurata dagli applausi dell’area riformista dem al Senato a favore di una Giorgia Meloni quanto mai “moderata” nella posizione e nei toni. Con il risultato di un quadretto parlamentare un po’ inedito e un po’ confuso, nella pur sempre costante divergenza di opinioni del campo progressista in politica estera.
Ma è la scelta delle opposizioni (sempre con l’eccezione del partito di Carlo Calenda) di uscire dall’Aula al momento del voto del documento di maggioranza sull’Ucraina a sorprendere, anche se formalmente la spiegazione che viene fornita vorrebbe sottolineare le contraddizioni della maggioranza, che presenta due risoluzioni, con la prima che avrebbe - per il centrosinistra - assorbito la seconda.
Ancora una volta cinque, invece, i documenti degli altrettanti partiti del “campo allargato” Pd, M5s, Avs, + Europa, Iv e - fuori campo - il sesto di Azione. Questa volta non ci hanno neppure provato a trovare una sintesi, piuttosto si preferisce attenuare le divergenze nelle rispettive formulazioni. Ormai l’area progressista attende di sedersi al tavolo del programma, anche se i toni - specie quelli del leader dei 5 stelle Giuseppe Conte - sono già proiettati alle primarie. E però a fare la differenza è proprio l’ex premier che, al termine della lunga giornata parlamentare che si chiude a Montecitorio, sembra davvero convinto dell’Alleanza per la Costituzione, come preferisce chiamare la coalizione che dovrebbe sfidare il centrodestra meloniano.
«Riprendiamoci il futuro - esorta il leader pentastellato, davanti alla presidente del Consiglio - . Ma ce lo riprendiamo, guardi, con la democrazia, con la partecipazione, non con la capocrazia, donna o uomo solo al comando. Con un’Alleanza per la Costituzione. Al futuro che avete firmato voi, noi diciamo no, oggi, sempre».
L’alleanza sembra dunque cosa assodata, sia pure con dubbi e interrogativi sulla presenza di Matteo Renzi e sulla premiership. Elly Schlein ripete che, dopo i «fallimenti» della premier «ora tocca a noi». Ma da testardamente unitaria è il concetto costante nei suoi interventi da molto tempo.
A Schlein che infierisce sulle divisioni degli avversari replica più deciso anche Nicola Fratoianni: «Presidente Meloni, non si preoccupi della fatica che mettiamo nella costruzione delle nostre risoluzioni». La sua speranza di spaccature «è malriposta: saremo uniti e vinceremo le prossime elezioni», dice il deputato di Avs, che continua invece a vedere le primarie come un pericolo per la tenuta dell’alleanza. Ma, aggiunge, «ho fatto una sorta di fioretto, non intendo più parlare di questa cosa». Ed è qui che si inserisce ancora una volta Matteo Renzi, con due certezze: il sostegno alla segretaria Pd nei gazebo e il fatto che con Iv i partiti riottosi dovranno comunque «fare i conti», se vogliono vincere.
Il clima meno teso fa tirare un sospiro di sollievo a Schlein, che al termine dei lavori ricorda «le molte parti su cui votiamo insieme», frutto della discussione ormai aperta tra gli alleati. Un segno tangibile, fa notare, sarebbe il passaggio dal voto contrario alle astensioni. «Bene, bene - dice - , si continua a lavorare per l’unità».
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