mercoledì 13 marzo 2024
Man mano che le immagini scorrono, passiamo dallo sconcerto al disgusto, fino alla definitiva condanna. Generando una sorta di esonero morale, come se il male fosse un fenomeno che riguarda gli altri
Una scena del film "La zona di interesse" di Jonathan Glazer premiato con l'Oscar

Una scena del film "La zona di interesse" di Jonathan Glazer premiato con l'Oscar - .

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Il film pluripremiato “La zona di interesse”, vincitore anche agli Oscar Quando si esce dal cinema non si sa “cosa pensare di ciò che si è appena visto”. Il lavoro che il film svolge sulla mente dello spettatore, infatti, si annida nella capacità di evocare questioni, sentimenti ed emozioni che necessitano di tempo per essere pienamente elaborati. E così, invece di fornire risposte immediate o conclusioni definitive, occorre una riflessione più distesa in cui ha luogo un dialogo continuo con le tematiche trattate, ben oltre, dunque, il tempo della visione.

Queste parole di François Truffaut mi sono tornate in mente dopo aver visto La zona di interesse di Jonathan Glazer. Il regista ritrae gli aspetti quotidiani della vita familiare di Rudolf Höß, il comandante di Auschwitz. Attraverso le immagini, assistiamo alla vita di Rudolf, sua moglie Hedwig e i loro figli, che si svolge in una villetta dotata di piscina e circondata da mura alte, adiacente il campo di sterminio. Tali barriere, per quanto imponenti, non riescono a occludere completamente la presenza del teatrum iniquitatis, che si impone sia visivamente sia attraverso i rumori di sottofondo, costituendo una presenza costante. In questo contesto, la capacità di vedere e udire ciò che accade oltre il muro diventa non solo una possibilità ma anche una scelta.

Man mano che le immagini del film scorrono di fronte a noi, sentiamo trasformarsi la nostra reazione che va incontro ad una gamma di emozioni complesse, passando dallo sconcerto al disgusto, alla definitiva presa di distanza e condanna. Questa transizione emotiva riflette la maestria con cui il film riesce a coinvolgere lo spettatore, spingendolo a riflettere sulla profondità e sull’urgenza delle tematiche trattate, come peraltro sottolineato qualche giorno fa da Alessandra De Luca sulle colonne di questo giornale. Non è un caso che il film, tratto dal romanzo omonimo del 2014 scritto da Martin Amis, abbia finora collezionato numerosi premi. Gli ultimi in ordine di tempo gli Oscar come miglior film in lingua straniera e per il sonoro. Eppure, quanto più lo sconcerto si trasforma in condanna, tanto più si fa strada il rischio di sentirsi distaccati e assolti, come se le dinamiche di reificazione e disumanizzazione fossero confinate unicamente al mondo rappresentato sullo schermo. In questa dinamica, il male diventa un fenomeno esterno, qualcosa che, in fondo, riguarda gli altri, trovando conforto nella nostra presunta superiorità morale che ci permette di giudicare e condannare.

In realtà, ciascuno di noi, pur non essendo direttamente coinvolto in azioni di negazione estrema dell’altro fino alla sua eliminazione fisica, è quotidianamente testimone e finanche partecipe di dinamiche di reificazione, sia in ambito familiare che lavorativo e sociale: quante volte ci siamo trovati a trattare i colleghi come semplici risorse funzionali al raggiungimento di un obiettivo aziendale, ignorando le loro esigenze emotive o personali? O in che misura abbiamo assistito o partecipato a conversazioni che riducono le persone a stereotipi basati sulla loro appartenenza di genere, etnia o orientamento sessuale, senza considerare la loro individualità? Quante volte abbiamo ignorato le richieste di aiuto di un amico o di un familiare, giustificandoci con la mancanza di tempo o di energia? Oppure, quanto spesso abbiamo scelto di non intervenire di fronte a situazioni di ingiustizia o di disagio sociale, pensando che fosse compito di altri agire? E quante volte abbiamo sacrificato l’altro sull’altare della nostra appartenenza ad un gruppo, privilegiando la coesione interna a scapito del rispetto e della considerazione dovuto ad ogni essere umano?

Questo processo di esonero, evidenziato dalle nostre quotidiane esperienze, ci porta a minimizzare il nostro ruolo nei sistemi di oppressione e deumanizzazione, convincendoci che tali dinamiche appartengano esclusivamente al dominio della finzione o di epoche storiche ormai superate. Tale distacco critico, un vero e proprio atto di disimpegno morale, rischia di annacquare la nostra percezione della responsabilità individuale, ingannandoci con la falsa sicurezza di essere esenti da colpe e complicità nel perpetuare pregiudizi e ingiustizie nel mondo in cui viviamo.

Nel film, il muro che divide i personaggi dal campo di concentramento suggerisce un parallelo con le barriere morali ed emotive che erigiamo per proteggerci dal male. Tale immagine dovrebbe portarci a riflettere su come la nostra insensibilità o il tentativo di isolare il male siano in realtà una forma di autoinganno. Comprendere e affrontare il male richiede di demolire queste barriere, avvicinandoci a esso con una nuova consapevolezza e responsabilità.

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