Come cambia l’orizzonte di governo
martedì 10 settembre 2019

Riformismo mite, ma determinato. Potremmo sintetizzare così il programma che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha presentato ieri alla Camera nell’intervento con cui ha chiesto la fiducia per il nuovo governo. Una formula che è insieme riassunto delle proposte e condizione necessaria per la loro realizzazione. Perché solo procedendo sul sentiero obbligato delle riforme, solo cercando il dialogo e la collaborazione con tutti i corpi intermedi, solo ed esclusivamente procedendo con determinazione nella realizzazione dei cambiamenti necessari al Paese, il nuovo Governo può avere un futuro e puntare a durare sino alla fine naturale della legislatura.

L’alleanza M5s-Pd, oggi più necessitata che desiderata, ha infatti nel fare operoso, nel fare insieme ricucendo e non lacerando, e nel fare bene per noi oggi e per le future generazioni non solo la sua missione, ma la sua stessa ragion d’essere. Nelle parole di Giuseppe Conte, ieri, si potevano cogliere per certi versi gli echi di un personalismo e di un socialismo d’altri tempi, la spinta di un progressismo riformista, in particolare sui temi della promozione del lavoro, con il salario minimo, una reale parità uomo-donna e il contrasto deciso a tutte le forme di sfruttamento.

Attraverso il rinnovato accento sugli investimenti, in particolare nel Mezzogiorno, e sull’equità fiscale per «far pagare a tutti le tasse» e «farne pagare meno a ognuno». Un disegno economico declinato, però, nella chiave moderna dello «sviluppo equo e sostenibile» da praticare e valorizzare inserendolo – proposta avanzata anche su queste pagine – come obiettivo fin nel dettato costituzionale.

Un « green new deal » – che trova la sua ispirazione anche nella Laudato si’ di Francesco – basato su inclusione ed economia circolare, per la prima volta ufficialmente al centro di un moderno programma di governo. Anzi, di un «progetto politico» come lo definisce lo stesso Conte. In questo senso viene alla memoria quel certo socialismo storico rivisitato in chiave personalista. Perché in questo disegno sono centrali la persona e la questione sociale, la condizione concreta degli italiani, in particolare dei più deboli, e dell’Italia nel suo complesso. Non giocata in chiave di contrapposizione, fomentando paure o divisioni.

La parola chiave, infatti, è «inclusione», il tentativo di unire gli uni agli altri, il Nord al Sud, gli italiani e chi arriva nel nostro Paese. Senza promettere irrealistiche 'porte aperte' a tutti, ma correggendo decisamente le terribili storture oggi presenti nelle leggi su sicurezza e immigrazione, molte volte segnalate anche da noi e sottolineate in modo solenne dal Presidente della Repubblica. Promuovendo anche a livello europeo assieme alla necessaria riforma delle 'regole di Dublino' quei corridori umanitari – strumento che i nostri lettori conoscono bene – che proprio in Italia hanno dimostrato di ben funzionare grazie all’impulso di Chiese cristiane e mondo associativo in collaborazione con agenzie internazionali e autorità statali. Passi che erano la priorità ai tempi del governo Letta, e poi sono stati dimenticati: è ora di compierli.

Quello di una rinnovata collaborazione dell’Italia su tre assi fondamentali – l’Unione Europea, la Nato e il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti – è la seconda portante del discorso di Conte. Si tratta, per i vecchi alleati, della presa di coscienza che il disegno sovranista della Lega porta solo a un isolazionismo sterile, controproducente, con altri e rischiosi legami internazionali. Nel contempo, è la riscoperta del ruolo centrale che l’Italia – Paese fondatore dell’Unione – può e anzi deve giocare per dare nuovo impulso e vita all’Europa.

La proposta di una Conferenza sul futuro dell’Unione, l’impegno per nuove regole e responsabilità condivise sull’immigrazione, assieme alla revisione del Patto di stabilità e crescita auspicato pure dal capo dello Stato sono tasselli fondamentali per evitare un destino segnato come quello della Brexit e ristrutturare la nostra casa comune. In questo quadro si inseriscono pure le questioni più pratiche, ma non meno spinose, relative alla Manovra economica 2020. L’impegno a non far aumentare l’Iva, a rivedere la spesa pubblica improduttiva e soprattutto ad alleggerire il carico fiscale iniziando dalla riduzione del cuneo per i lavoratori rappresentano altrettante sfide alle quali è atteso il nuovo governo.

È scontato che saranno queste prime scelte a orientare il giudizio dei cittadini. L’obiettivo indicato – iniziare dalle classi meno abbienti anziché favorire fatalmente i redditi medio-alti come con la flat-tax – è quello giusto. Va però perseguito con il massimo di equità e di efficacia possibile per non risultare ininfluente o peggio indigesto. Criteri che sottolineiamo con forza anche per il tema del sostegno alla famiglia, più volte positivamente e realisticamente evocato nel discorso di Conte. La scelta, posta come priorità, di ampliare l’offerta di posti negli asili nido e di renderne gratuita la fruizione per i nuclei meno abbienti va nella giusta direzione di garantire maggiori servizi alle giovani coppie.

Ma per contrastare il declino demografico di cui davvero tutti ora sono finalmente coscienti occorre anche agire sui redditi e sulla fiscalità per le famiglie, cominciando magari dal rendere più preciso e concreto l’impegno solo accennato per un assegno unico ai figli. Il nuovo Governo, sostenuto da una maggioranza che si è legittimamente formata in Parlamento al pari di quella del precedente esecutivo, non è la corte dello zar rinchiusa nel Palazzo d’inverno a San Pietroburgo mentre al popolo fuori viene negata la democrazia, come vorrebbe la narrazione di chi ieri protestava in piazza. Ma è chiaro che solo esercitando davvero quel riformismo mite e determinato, delineato ieri nell’aula della Camera, il Conte Secondo potrà avere un futuro non limitato a qualche mese. Fare, fare assieme e fare bene è ciò che serve al Paese. All’Italia non servono cose da poco.

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