Luoghi di Dio e di pace, non campi di battaglia
giovedì 13 maggio 2021

Un nuovo conflitto tra Israele e palestinesi, iniziato con i disordini sulla Spianata del Tempio a Gerusalemme, davanti alle moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia? Inaccettabile davvero. I luoghi santi e tutti i luoghi sacri dedicati alla preghiera: che si tratti di sinagoghe, chiese e moschee devono essere risparmiati dal conflitto, sempre. Troppe volte negli ultimi decenni abbiamo tristemente assistito a ripetuti attacchi contro le sinagoghe, anche in Europa, alla devastazione dei cimiteri ebraici, così come delle chiese in Iraq e in Africa per mano di jihadisti e, insieme, alla distruzione delle moschee, come a Sarajevo durante la guerra o ancora in Iraq o in India. In ogni parte del mondo attacchi terroristici hanno ferito i luoghi dove gli uomini e le donne pregano. Sono luoghi dove si cerca, nel profondo, una via di pace e di consolazione in un mondo in cui le manipolazioni della religione sono ormai quotidiane.

La ripresa violenta dello scontro tra Gaza e Israele, in una incertezza politica che rende più fragile la coabitazione, rischia di incendiare anche altre aree dell’area che, fino a oggi, erano rimaste tranquille anche nei momenti di scontro più duri. Purtroppo colpisce anche i luoghi religiosi che normalmente non erano mai stati coinvolti come la sinagoga di Lod, attaccata e data alle fiamme ieri. Questo va rifiutato a tutti i costi: non si può calpestare il sentimento religioso dei popoli, per un conflitto che – lo sappiamo ormai bene da decenni – è tutto politico. I sentimenti religiosi possono essere una riserva di speranza, oltre la politica. Le persone e i popoli infatti non sono fatti soltanto di bisogni e interessi materiali, né sono tenuti assieme solo da collanti ideologici o patriottici o da passioni politiche: sono anche abitati da profondi e comuni sentimenti religiosi che si radicano in secoli – talvolta millenni – di fede e di cultura.

Il sostegno a una causa, come quella palestinese in questo caso, non può diventare la demonizzazione d’Israele e degli ebrei. È un corto circuito che si ripete da anni con conseguenze tragiche. È chiaro come per l’ebraismo l’esistenza di Israele sia un fatto decisivo, ma a partire da questo non si possono coinvolgere tutti gli ebrei nelle scelte politiche quotidiane di un governo. L’esistenza di Israele è importante non solo per gli ebrei, ma anche per il mondo. Nel mondo arabo, dopo la Seconda guerra mondiale, si è assistito alla scomparsa della presenza ebraica, che aveva realizzato una simbiosi con la cultura arabo-islamica dal Marocco dei santi comuni, all’Egitto degli antichissimi insediamenti ebraici, anche se non sono mancate nel tempo tensioni ed espressioni anti-israelite. La fine della simbiosi ebraico-musulmana è stato uno sconvolgimento culturale di non poco conto, come ora è l’emigrazione cristiana e arabo- cristiana verso l’Occidente dagli Stati musulmani. Su di un antico strato, l’antisemitismo di marca occidentale, l’opposizione a Israele e la questione palestinese, provocano una miscela forte di odio.

Nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato da papa Francesco e dal grande iman al-Tayyeb è scritto: «La protezione dei luoghi di culto (…) è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli (…) è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni». Un mondo senza sinagoghe, chiese e moschee non sarebbe un mondo migliore ma più arido e con meno speranza. È ora di smetterla di coinvolgere nei conflitti i luoghi religiosi e della preghiera perché sia preservata l’anima di umanità e di pace che rappresentano.

La coabitazione, il vivere insieme, non è solo qualcosa da sopportare come una fatalità: è anche il pegno di una società più democratica. Le tentazioni omologanti sono pericolose per ogni società: la ricerca del nemico abbaglia e si finisce per dividersi all’infinito. Oggi l’opzione necessaria è favorire il dialogo a tutti i livelli, anche interreligioso, per evitare il radicalizzarsi dei contrasti tra le persone e tra i popoli. È ciò che auspichiamo avvenga per israeliani e palestinesi. Dopo tante sofferenze, dopo i morti di questi giorni, siamo sempre più convinti che un conflitto che, attraverso varie fasi, dura dal 1948, debba approdare allo stabilimento della pace. Utopico? Forse, ma sempre più necessario.

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