venerdì 6 giugno 2014
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​Insistevamo da mesi, su queste colonne, riguardo all’importanza di sfruttare il "dividendo monetario" della globalizzazione per compensare il suo costo sociale. Ovvero da mesi suggerivamo di stampare moneta in modo molto più audace (contando sul fatto che il rischio inflazione è minimo per i Paesi ricchi data la concorrenza sui mercati globali), di contrastare la deflazione e di sostenere la domanda interna per compensare la "forza di gravità" del ridotto costo del lavoro dei Paesi a basso reddito che ci fa perdere produzione e occupazione. Gli Stati Uniti avevano da tempo seguito questa strada. E non a caso, dal 2009 a oggi, la disoccupazione in quel Paese è calata dal 9 al 6,3% mentre da noi è balzata dal 7% a oltre il 13%. Il presidente della Bce, Mario Draghi, era pienamente consapevole di tutto questo da tempo, ma non aveva potuto - sino a oggi - seguire fino in fondo l’esempio americano a causa dell’eterogeneità degli interessi degli Stati dell’euro. E ancor più perché la Germania non trovava attraente l’ipotesi di un’espansione monetaria in una situazione, al suo interno, di piena occupazione.Ancora, in questi giorni molti commentatori hanno sottolineato come sia ardua la sostenibilità del debito pubblico nei Paesi del Sud Europa con un’inflazione lontana dall’obiettivo statutario della Bce (il 2%). Semplici calcoli indicano,  infatti, che con quell’inflazione target, e dati l’attuale avanzo primario e costo medio del debito, rispettare gli obiettivi di riduzione di debito indicati dal Fiscal Compact richiederebbe una crescita dell’1,8%. Ma con l’inflazione allo 0,5% com’è oggi c’è bisogno di una crescita addirittura del 3,3% che è arduo immaginare al momento. Lo sconto che ci è concesso per tenere conto del ciclo economico avverso attenua lievemente il problema, ma è esso stesso oggetto di un aspro negoziato con le istituzioni comunitarie.La scossa finalmente sembra essere arrivata. Con le misure prese ieri, Draghi ha ridotto i tassi rendendo addirittura negativi quelli per il parcheggio di depositi delle banche presso la Banca Centrale. Rendere meno conveniente tale parcheggio non vuol però dire che - automaticamente - i soldi saranno usati per prestiti alle famiglie e alle imprese. I provvedimenti più importanti pertanto sono la fine della sterilizzazione degli acquisti di titoli (che apre alla vera espansione della massa monetaria, perché la Bce non compenserà la moneta che esce con l’acquisto di titoli assorbendo un quantitativo di moneta corrispondente) e le operazioni di rifinanziamento a lungo termine alle banche in proporzione ai volumi dei prestiti effettuati dalle stesse all’economia reale. Il fatto che il presidente Bce sottolinei l’urgenza di tale mosse per "ancorare" le aspettative di medio periodo a un inflazione del 2% vuol dire che stiamo intervenendo in ritardo e che il rischio di scivolare in deflazione è serio. La svolta è forse arrivata perché l’inflazione tedesca sta scendendo anch’essa pericolosamente verso lo 0. E non purtroppo perché Grecia e Portogallo hanno da tempo prezzi negativi che rendono praticamente impossibile il rientro dal debito per questi Paesi.Essere lucidi nei confronti degli errori dell’Unione Europea in macroeconomia non vuol dire, però, fornire ulteriori alibi al nostro Paese. Ora più che mai dobbiamo continuare a batterci per un’Europa migliore, più coesa e pronta ad affrontare insieme la crisi economica. Ma, allo stesso tempo, fare come se tutto dipendesse solo da noi. La strada per colmare il gap con le migliori economie europee è ancora lontana. I dati sulla deindustrializzazione resi noti da Confindustria (nonostante l’Italia resti uno dei principali Paesi manifatturieri del mondo) sono drammatici.E si spiegano con una serie di fattori avversi (ritardo nello sviluppo digitale, corruzione, durata delle cause civili, inefficienza della pubblica amministrazione, livello medio di istruzione tra i più bassi dell’Ue, costo dell’energia) che ostacolano la localizzazione produttiva nel nostro Paese. Una volta questi fattori erano compensati dalle svalutazioni del cambio e non c’era la competizione dei lavoratori a basso reddito dei Paesi poveri ed emergenti. Oggi è molto più dura. Ed è il momento di rimboccarsi le maniche in casa nostra per colmare questi ritardi continuando allo stesso tempo a batterci (lo faranno i nostri politici?) per un’Europa diversa. L’euroscetticismo non si combatte attribuendo patenti di populismo, ma risolvendo questi due nodi fondamentali.
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