martedì 13 dicembre 2022
In oltre due anni su 207mila domande presentate rilasciati a oggi 127mila permessi di soggiorno. Problemi burocratici e di personale. Ma per molti il rischio è restare senza lavoro o venire espulsi
I lavoratori dell’agricoltura e quelli domestici sono le due categorie interessate dalla regolarizzazione straordinaria partita nell’agosto 2020

I lavoratori dell’agricoltura e quelli domestici sono le due categorie interessate dalla regolarizzazione straordinaria partita nell’agosto 2020 - Ansa/ Massimo Percossi

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Non sono bastati sei mesi, non è bastato un anno, non ne sono bastati neppure due. Sono passati ormai ben 28 mesi dall’avvio della regolarizzazione straordinaria dei lavoratori domestici e dell’agricoltura – varata a maggio e partita ad agosto 2020 – e l’operazione non è ancora conclusa, anche se sembra finalmente imboccata la dirittura finale. Secondo gli ultimissimi dati forniti ad Avvenire dal ministero dell’Interno, infatti, alla data di ieri si è arrivati a “lavorare” l’80% delle pratiche. Più precisamente su 207mila domande presentate 127.652 sono state accolte ed è stata rilasciato il relativo permesso di soggiorno, mentre 29.159 (il 14%) sono state respinte e per 4.383 è avvenuta una rinuncia. Si tratta di un’accelerazione rispetto all’ingolfamento della macchina burocratica a più riprese denunciato dalla campagna “Ero straniero”, che oggi presenterà un nuovo dossier a riguardo, basato sui dati forniti loro dal Viminale relativi però alla fine di ottobre, quando i permessi rilasciati erano appena 83.032.

Nonostante la spinta degli ultimi mesi di quest’anno, infatti, restano comunque da esaminare oltre 40mila istanze. E questo a 28 mesi dall’avvio dell’operazione non depone a favore dell’efficienza dello Stato, anche considerando il fatto che alla sanatoria sono stati applicati 1.200 impiegati in somministrazione. Ma non si tratta solo di burocrazia-lumaca. Qui in gioco, infatti, ci sono il lavoro, la dignità e i diritti di decine di migliaia di persone. La loro vita nel nostro Paese, che non vuole più essere da clandestini, in molti casi da sfruttati. Per emergere invece alla luce del sole: da stranieri sì, ma con gli stessi diritti e doveri dei lavoratori italiani, con il rispetto dovuto. E invece per circa la metà di coloro che hanno fatto domanda, questi ormai 28 mesi hanno rappresentato un calvario fatto di incertezza, di emersione provvisoria (presentando la domanda si otteneva un permesso temporaneo a restare in Italia, con espulsione nel caso di rigetto) con però l’impossibilità di uscire dal nostro Paese, pena la decadenza della domanda che si sarebbe trasformata così in un’autodenuncia alle autorità. Una sorta di lungo limbo nel quale molte persone hanno continuato a lavorare in maniera precaria e tante altre hanno incontrato una sorte peggiore, perché hanno nel frattempo perso la loro occupazione. In particolare i e le badanti, i cui datori di lavoro, in questi 28 mesi caratterizzati pure dalla pandemia, sono morti o sono stati ricoverati nelle Rsa. Come ha raccontato E., della provincia di Milano, agli operatori di Oxfam: « Io sto ancora aspettando. Ma nel frattempo la signora (a cui badavo) è morta. E tante sono nella mia situazione. La signora è morta quest’estate, io ho trovato lavoro con un’altra famiglia, sempre in nero, nella mia situazione non è cambiato niente, tranne che mi sento presa in giro. Facciamo un lavoro duro, e ci hanno prese in giro».

Senza contare i disagi degli imprenditori e delle stesse famiglie che hanno scelto di impegnarsi per l’emersione, pagando 500 euro e affrontando una complicata trafila burocratica. Questa volta a raccontare è A. della provincia di Roma: « Ho insistito io con i miei genitori perché mettessero in regola Irina. Loro dicevano che andava bene anche così, ma io volevo che facessero le cose per bene – racconta –. Da subito, però, è stato un incubo: tantissimi documenti da presentare, poi integrazioni, ci siamo fatti aiutare da un avvocato e anche lì soldi da pagare, l’appuntamento che non arriva e tu che non puoi avere informazioni, cioè non c’è un numero di telefono a cui qualcuno ti risponde e ti dice “guardi, la sua pratica è a questo punto”... si sono presi i soldi subito, quello sì, poi ci hanno abbandonato. Irina è stata convocata per il primo appuntamento due settimane fa, a novembre 2022... era da giugno 2020 che aspettava questa chiamata. Adesso vediamo quanto ci vuole ancora per avere il permesso vero e proprio». Più arrabbiata un’altra datrice di lavoro, R. di Napoli, che si è rivolta alle associazioni di supporto agli stranieri: «Queste persone fanno il lavoro più importante della nostra società e noi le trattiamo come pezze da piedi. Perché dove andremmo noi, senza le badanti? Chi ci penserebbe a mia madre con l’Alzheimer? Ora la sua badante sono più di due anni che non torna a casa, perché questo benedetto permesso non arriva. Non ce la fa più e ha ragione».

Tornando alle cifre, secondo il dossier di “Ero straniero” i gruppi nazionali più numerosi sono i 7.689 ucraini, 7.314 georgiani, 6.659 marocchini, 6.615 pachistani, 6.522 albanesi, 5.486 bengalesi, 5.005 indiani e 5.486 peruviani. Per il secondo canale, semplificato e attivato più tardi per gli stessi cittadini stranieri divenuti irregolari nei mesi immediatamente precedenti alla sanatoria, invece, erano state presentate 12.986 domande e sono già stati rilasciati 10.478 permessi. Particolarmente complessa, però, la situazione a Roma che rappresenta un vero e proprio “caso”. Su 17.371 domande presentate, infatti, quelle con risposta positiva sono 6.145, mentre 2.544 sono state respinte, ritirate o archiviate ma con solo la metà delle pratiche esaminate. Numeri particolarmente negativi che hanno portato 30 lavoratori in emersione e alcune associazioni a promuovere una class action presso il Tar del Lazio.

C'è poi l’altro lato della questione: la cronica mancanza di personale del Ministero dell’Interno, gravato anche da molte nuove incombenze, che rallenta lo smaltimento di molte pratiche, compresi gli ordinari rinnovi dei permessi di soggiorno. Come detto, da anni alla sanatoria sono applicati 800 lavoratori in somministrazione da parte di Manpower nelle prefetture e 408 da parte di GiGroup presso le questure. Come detto, anche grazie alle pressioni della campagna “Ero straniero” sono stati stanziati i fondi per un’ulteriore proroga di un anno dei loro contratti, ma secondo l’articolo 123 della Legge di bilancio ora alla Camera, solo per la metà delle figure professionali attualmente impiegate nelle prefetture. Le associazioni promotrici di “Ero straniero” – Radicali italiani, Fcei, A buon diritto, Acli, Actionaid, Oxfam, Legambiente, Cild, Arci, Asgi, Cnca, Casa della carità e Centro Astalli – chiedono invece una conferma completa degli organici previsti e la loro definitiva stabilizzazione. Mentre i sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 21 dicembre.

Infine, da un’altra analisi, svolta dall’associazione di datori domestico Domina su dati Inps, emerge come già nel 2021 oltre il 9% dei lavoratori regolarizzati abbia subito cambiato settore di lavoro. O, più probabilmente, svolgeva già un’altra attività “in nero” e, assieme al datore di lavoro, ha utilizzato la sanatoria per il lavoro domestico come strumento per regolarizzare la posizione. Il dato si ricava dalle dichiarazioni contributive e da un’analisi comparativa sui lavoratori domestici pre e post sanatoria. Se, infatti, prima della regolarizzazione i collaboratori domestici e i badanti maschi rappresentavano l’11% della categoria, fra i rapporti di lavoro emersi la quota maschile sale addirittura al 55%. E se nella platea complessiva dei domestici solo un lavoratore su 10 ha meno di 40 anni, nel caso dei lavoratori emersi, i giovani sono la netta maggioranza: il 59%. In mancanza di altre possibilità legali di ingresso nel mercato del lavoro, infatti, la regolarizzazione del lavoro domestico si è dimostrata ancora una volta l’unica via percorribile per l’emersione. Ma l’apnea cui sono stati costretti questi lavoratori è stata ed è ancora lunga, troppo lunga.

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