La rete che sarà e noi cittadini
martedì 23 novembre 2021

La manifestazione d’interesse non vincolante del fondo di private equity Kkr che si dichiara pronto a realizzare un’offerta pubblica di acquisto (Opa) del 100% sulla Tim riporta al centro del dibattito economico questioni fondamentali come la gestione e lo sviluppo dell’infrastruttura della Rete, risorsa strategica per il futuro del nostro Paese, oltre a quella collegata del futuro dell’occupazione in un’azienda da 40mila dipendenti.

Se il mercato fosse certo che la proposta arrivasse in porto già oggi il titolo Tim dovrebbe valere almeno i 50 centesimi offerti da Kkr contro i 35 centesimi del prezzo prima della notizia. La crescita molto forte del valore borsistico del titolo subito registratasi dimostra che il mercato crede parecchio all’attendibilità della proposta di Kkr e lo stesso vale per la francese Vivendi che ha annunciato battaglia e non è certo disposta a vendere a poco più di 50 centesimi le proprie azioni acquistate a più di un euro nel momento in cui assunse il controllo della società.

L’offerta di Kkr tocca una questione dove aspetti tecnici molto complessi non consentono spesso di cogliere aspetti di assoluta rilevanza visto che l’accesso alla Rete è destinato a diventare un diritto fondamentale che potrebbe finire in Costituzione vista la sua importanza chiave nell’assicurare la realizzazione della seconda parte dell’art. 3 dove si parla di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Tutto questo perché nell’Italia del presente e del futuro l’accesso alla Rete è e sarà fondamentale per la relazione con la Pubblica Amministrazione (si pensi allo Spid), per la longevità attiva, la formazione, la telemedicina (solo per citare alcuni esempi) e soprattutto per la possibilità di lavorare a distanza. In questa difficile stagione della pandemia abbiamo capito quanto siano importanti i servizi di rete e ci siamo accorti di quanto la qualità e la potenza della connessione siano fondamentali e determinino nuove forti diseguaglianze tra le diverse aree del Paese. Un servizio di Rete universale con le stesse caratteristiche di accesso nelle aree a maggior redditività per l’operatore privato (i grandi centri urbani) e quelle a minore o negativa redditività (molte delle aree interne) diventa fondamentale se veramente vogliamo realizzare la seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione e tutte quelle opportunità di valorizzazione e rilancio delle aree interne del nostro Paese al fine di riconciliare efficienza e bellezza.

Il tema, dunque, diventa se e come il bene pubblico dell’accesso universale di qualità alla rete delle telecomunicazioni si può conciliare con un’eventuale proprietà di un fondo di private equity che ha come obiettivo quello di massimizzare il rendimento del capitale a breve (e di conseguenza nessun interesse a investire per la qualità della rete in aree meno redditizie). Non a caso in nessun Paese industriale avanzato il controllo della rete di telecomunicazioni è in mano a un fondo di private equity.

I modi per riconciliare l’interesse pubblico con quello dell’operatore privato come sappiamo sono molteplici. Il golden power è la facoltà d’intervento del governo per tutelare interessi strategici in presenza di una guida privata delle società. La complessa regolamentazione del settore è finalizzata a conciliare i due obiettivi anche se troppo spesso il regolatore finisce per essere debole e 'catturato' dai regolati. La proprietà pubblica, o a controllo pubblico, è un’altra possibilità a disposizione.

Il quadro diventa ancora più complesso se consideriamo che l’eredità che l’ex monopolio pubblico delle telecomunicazioni ha lasciato a Tim è quella di una società 'centauro', che non solo gestisce la rete, ma vende servizi telefonici ed è in questo concorrente di altre società private. L’idea più volte paventata e che torna all’orizzonte, a seguito della mossa di Kkr, è quella dello scorporo della Rete (che resterebbe sotto stretto controllo pubblico presumibilmente sotto Cassa Depositi e Prestiti) dalla società di servizi che finirebbe ai privati ed eventualmente al fondo che ha lanciato l’Opa, probabilmente attratto proprio dall’idea dello 'spezzatino' che presumibilmente potrebbe aumentare il valore delle azioni di Tim.

È evidente che una soluzione del genere renderebbe assai difficile il mantenimento dell’attuale equilibrio occupazionale, un altro degli elementi ai quali il governo ovviamente presta grande attenzione. I fatti di questi giorni dovrebbero aumentare l’interesse e la vigilanza 'dal basso' su temi così complessi e delicati. Solo un’opinione pubblica attenta ed informata è in grado di rendere la classe politica accountable, ovvero obbligata a rendere conto delle proprie scelte ai cittadini. La domanda principale resta una: in che modo nella gestione della vecchia Rete e nella costruzione della nuova Rete in fibra gli obiettivi di accesso universale, qualità della Rete e sicurezza dei dati sono garantiti e perseguiti? Si tratta di una questione che ci riguarda tutti da vicino e di cui faremmo bene a occuparci.

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