lunedì 25 marzo 2024
La votazione del Consiglio di sicurezza: è la prima volta. Il segretario generale Guterres: questa risoluzione deve essere attuata. Un fallimento sarebbe imperdonabile
L'ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu, Linda Thomas-Greenfield, si astiene durante la votazione sul cessate il fuoco immediato a Gaza

L'ambasciatore degli Stati Uniti all'Onu, Linda Thomas-Greenfield, si astiene durante la votazione sul cessate il fuoco immediato a Gaza - Ansa

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Dopo cinque mesi e mezzo di guerra a Gaza, l’Onu ha parlato con una voce sola. E ha chiesto «un cessate il fuoco immediato». Dopo cinque mesi e mezzo, per la prima volta, gli Stati Uniti non hanno salvato Israele in Consiglio di sicurezza bloccando con il solito veto una proposta di risoluzione. Alla richiesta “voti contrari?”, la mano statunitense è rimasta abbassata. E il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha subito capito che quella mano tesa che finora aveva sempre trovato oltre Atlantico non c’era più. Tant’è vero che, mentre al Palazzo di Vetro con l’astensione degli Usa passava la risoluzione su Gaza con la richiesta di «un cessate il fuoco immediato per il mese del Ramadan rispettato da tutte le parti, che conduca a un cessate il fuoco durevole e sostenibile, oltre al rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi, nonché la garanzia dell’accesso umanitario per far fronte alle loro esigenze mediche e umanitarie», Netanyahu cancellava la missione a Washington di una delegazione di alti funzionari pronti a spiegare i piani per l’offensiva su Rafah. Nelle stesse ore, appena sbarcato in Usa, il ministro della Difesa Yoav Gallant avviava il suo programma di incontri con l’omologo Lloyd Austin, con il segretario di Stato Antony Blinken, con il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e con il direttore della Cia William Burns.

La risoluzione dell’Onu, presentata dal Mozambico, è stata sostenuta da Algeria, Guyana, Ecuador, Giappone, Malta, Sierra Leone, Slovenia, Sud Corea e Svizzera oltre a Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna. «Questa risoluzione deve essere attuata, un fallimento sarebbe imperdonabile» ha commentato il segretario generale António Guterres. La decisione dell’Onu è stata «salutata» da Hamas, che ha espresso la «disponibilità a impegnarci in un immediato processo di scambio di prigionieri».

L’astensione all’Onu, spiegata con l’assenza nel testo di una condanna esplicita di Hamas, non cambia la linea politica degli Stati Uniti, ha precisato il portavoce della Casa Bianca, John Kirby: «La nostra decisione non deve essere percepita come un’escalation da parte di Israele». Per questo, la scelta di Netanyahu di tenere a casa la delegazione in partenza per gli Usa lascia «molto delusi», ha aggiunto. L’ambasciatrice all’Onu Linda Thomas-Greenfield ha detto che Washington sostiene pienamente gli «obiettivi cruciali» degli sforzi diplomatici in corso, che porta avanti con Egitto e Qatar: «Sappiamo che è solo attraverso la diplomazia che possiamo portare avanti questo programma».

Se la portata politica del gesto dell’Amministrazione di Joe Biden è significativa, e va letta anche in chiave elettorale interna come risposta al crescente disagio dei democratici per la fornitura di armi a Tel Aviv in vista delle presidenziali di novembre, l’effettivo impatto diplomatico sulla guerra in corso nella Striscia di Gaza è tutto da vedere. Lo Stato ebraico, sempre più isolato, insiste nel perseguirei propri obiettivi militari. «Israele non cesserà il fuoco. Distruggeremo Hamas e continueremo a combattere finché l'ultimo degli ostaggi non sarà tornato a casa» ha scritto su X il ministro degli Esteri, Israel Katz. Lo stesso che sabato scorso aveva bollato l’Onu come «un’istituzione antisemita e antiisraeliana». «Non abbiamo il diritto morale di fermare la guerra mentre ci sono ancora ostaggi detenuti a Gaza. La mancanza di una vittoria decisiva a Gaza potrebbe portarci più vicini a una guerra del Nord» gli ha fatto eco da Washington il ministro Gallant.

In cima all’agenda americana di Gallant c’è garantirsi la fornitura di armi. Il 68% di quelle israeliane arrivano dagli Stati Uniti e sono vendute dietro precise condizioni di rispetto del diritto internazionale e garanzia di non ostacolare la fornitura dei soccorsi umanitari. In mancanza di quell’impegno, la Casa Bianca può congelare i rifornimenti. Le consegne ammontano a quasi 4 miliardi di dollari l’anno e un pacchetto extra da 14 miliardi è in discussione al Congresso. Se Biden decidesse di andare fino in fondo e ritirare anche quest’altra mano tesa a Tel Aviv, quella che passa le armi, l’argomento sarebbe più convincente dell’astensione all’Onu.



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