L'India minaccia il Pakistan: «Non faremo arrivare nel Paese neanche una goccia d'acqua»

Con la sospensione del Trattato sulle acque dell'Indo, New Delhi minaccia di trasformare il controllo delle risorse idriche in un'arma. La tregua resta fragile
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June 11, 2026
Una vista generale della valle dell'Indo vicino a Hunza nelle aree settentrionali del Pakistan
Una vista generale della valle dell'Indo vicino a Hunza nelle aree settentrionali del Pakistan/ ANSA
Le parole del ministro indiano delle Risorse idriche, CR Patil pesano come macigni: “È certo – ha detto dall'agenzia di stampa indiana ANI - che nei prossimi anni non arriverà nemmeno una goccia d'acqua al Pakistan. L'India sta lavorando attivamente sulla questione dopo le direttive del primo ministro Narendra Modi”. Un’uscita che mostra quanto sia fragile e friabile la tregua raggiunta tra India e Pakistan dopo gli scontri dello scorso anno, quando per una manciata di giorni i due Paesi - entrambi dotati di arsenali nucleari - sono stati sull’orlo di un nuovo conflitto. Il 22 aprile del 2025, un attentato terroristico nella tormentata (e contesa) regione del Kashmir, ha spinto l’India a lanciare l'operazione “Sindoor” con attacchi missilistici diretti contro il Pakistan, accusato di offrire protezione ai gruppi terroristici nella regione. Islamabad ha reagito con l’operazione “Bunyan-um-Marsoos”, attaccando alcune basi militari sul territorio indiano. Le ostilità sono terminate il 10 maggio 2025 grazie a un accordo di cessate il fuoco. Entrambe le parti che hanno rivendicato la vittoria sul terreno.
Il conflitto ha lascato un’eredità avvelenata. All’indomani degli scontri, l’India ha deciso di sospendere il “Trattato sulle acque dell'Indo”, che disciplina l'uso dell'acqua di sei fiumi, le cui sorgenti si trovano in India ma che scorrono in Pakistan come parte del bacino dell'Indo. Una risorsa fondamentale per centinaia di milioni di persone. Una decisione che minaccia di travolgere il sistema di norme che hanno regolato la politica idrica della regione per decenni.
Per oltre sei decenni, il Trattato sulle acque dell'Indo è sopravvissuto a guerre, crisi militari e periodi ricorrenti di ostilità tra India e Pakistan. Considerato come uno degli accordi di condivisione delle acque più duraturi al mondo, il trattato ha stabilito un quadro virtuoso di riferimento per la gestione degli interessi contrastanti su un sistema fluviale vitale per centinaia di milioni di persone. La decisione indiana potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza dell’intero settore dell'agricoltura pachistana, che sarebbe pesantemente danneggiata dall’interruzione dell’approvvigionamento idrico. «La decisione dell'India di sospendere il trattato e di non divulgare i dati idrologici – scrive il sito di analisi Think Global Health – compromette la capacità del Pakistan di prepararsi a inondazioni e siccità, nonché la sua capacità di allocare le risorse idriche interne e la stabilità del settore agricolo, danneggiando la popolazione e l'economia del Pakistan a valle. Islamabad dipende fortemente dal bacino dell'Indo e una diminuzione o un rallentamento del flusso avrebbe probabilmente un impatto sostanziale. Circa il 96% delle risorse idriche rinnovabili medie annue del Pakistan (229 miliardi di metri cubi) proviene dal fiume Indo».
Come sottolinea Asia Times, “in una regione sempre più soggetta a stress idrico, l'accesso a informazioni idrologiche tempestive sta diventando probabilmente importante quanto l'accesso all'acqua stessa. Questo cambiamento sta trasformando i dati idrici in una risorsa strategica con implicazioni che vanno ben oltre un singolo progetto idroelettrico”.
Siamo davanti alla “curvatura” tragica che caratterizza sempre più la guerra contemporanea: una guerra ridefinita e praticata come un conflitto di infrastrutture, nella quale i sistemi civili critici – le reti energetiche e di comunicazione, gli snodi di trasporto e approvvigionamento idrico – si trasformano in obiettivi strategici primari. Un cambiamento – scrive l’European Union Institute for Security studies - che «riflette l’allontanamento dagli scontri puramente incentrati sul campo di battaglia, curvandola appunto verso la “difesa totale” o guerra ibrida, in cui interrompere la capacità di funzionamento di una nazione è altrettanto cruciale quanto neutralizzare il suo esercito». Una deriva che proprio per l’indistinguibilità degli obiettivi da centrare finisce per colpire soprattutto i civili. Come sottolineano dal Lowy Istitute, «in una regione già provata da vulnerabilità ecologiche e insicurezza alimentare, le ritorsioni in ambito idropolitico potrebbero avere conseguenze catastrofiche». La trasformazione dell’acqua in un’arma politico-militare minaccia di avere costi umanitari ed ecologici altissimi.

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