
Per la prima volta dalla presa del potere nel 2021, i taleban hanno incontrato dei funzionari europei, a Bruxelles, per accelerare sui rimpatri verso l’Afghanistan. Mentre l’inasprimento delle regole dell’Ue sulle espulsioni si appresta a diventare legge, la Commissione e 15 Paesi membri, guidati dalla Svezia, hanno ospitato cinque rappresentanti islamisti, giunti in città grazie a visti validi 24 ore (e unicamente in Belgio). La riunione è avvenuta al di fuori di ogni contesto ufficiale e senza politici ma con soli tecnici, nel tentativo di rimarcare che né l’Ue né i suoi 27 Stati membri riconoscono (o intendono farlo) il regime. Ma l’esecutivo Ue e più della metà delle capitali nazionali dell’Unione scelgono la realpolitik e dialogano «con le autorità “de facto” del Paese» per espellere – così un portavoce della Commissione – «persone che hanno commesso reati gravi o rappresentano una minaccia per la sicurezza». I colloqui di ieri, ha aggiunto il portavoce, si sono concentrati «in particolare sull’identificazione delle persone da rimpatriare, il rilascio dei documenti di viaggio e il loro ritorno».
Il proposito di creare le condizioni per consentire i rimpatri degli afghani espulsi dal territorio Ue (finora ostacolati dall’assenza di un accordo quadro) era stato messo nero su bianco, a ottobre, in una lettera firmata da 20 governi europei, tra cui l’Italia. Da allora, funzionari europei si sono recati in prima battuta a Kabul, a gennaio; una missione seguita adesso dal viaggio dei taleban a Bruxelles, guidati da Abdul Qahar Balkhi, portavoce del ministero degli Esteri afghano, nativo della Nuova Zelanda. Balkhi ha lasciato intendere quale sia la natura della contropartita: «Il ripristino di una vasta gamma di servizi consolari per gli afghani nell’Ue». La gran parte delle ambasciate afghane in Europa è ancora gestita da diplomatici nominati dal vecchio governo. La Germania è stata la prima a rompere l’isolamento internazionale, accettando la presenza di funzionari del regime talebano. Secondo indiscrezioni di stampa, il loro numero sarebbe ora destinato a espandersi in virtù della cooperazione sulle espulsioni, che Berlino era stata, pure in questo caso, la prima a riprendere, due anni fa.
È questo, insomma, a grandi linee il modello che il resto dell’Ue vorrebbe replicare. A rivendicare il ruolo avuto «nella facilitazione del dialogo» è stato Johan Forssell, ministro per la Migrazione della Svezia, Paese tra quelli con il tasso pro capite di afghani più alto nel continente. Se la collaborazione delle autorità belghe ha creato tensioni nella politica nazionale («È un male necessario», l’ha liquidato la ministra per la Migrazione Anneleen Van Bossuyt), a contestare la normalizzazione delle relazioni sono stati vari eurodeputati progressisti, che in precedenza (insieme a ex parlamentari afghani) avevano chiesto al Belgio di negare i permessi. «I taleban non cercano discussioni tecniche, ma legittimazione politica», ha attaccato la verde tedesca Hannah Neumann, mentre per Cecilia Strada del Pd, l’invito «rappresenta una pagina vergognosa per l’Europa, che legittima un regime che massacra i diritti delle donne e delle bambine, imponendo un’apartheid di genere».
Tra le ong, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) aveva presentato denuncia alla Procura federale belga, chiedendo l’arresto dei taleban all’arrivo a Bruxelles, mentre per Amnesty International «cooperare sui rimpatri verso l’Afghanistan disattende gli stessi obblighi legali dell’Ue, in particolare il principio di “non-refoulement”, che vieta di rinviare una persona in un luogo in cui la sua vita o la sua incolumità potrebbero essere a rischio». Secondo l’ultimo report annuale dell’Agenzia Ue per l’asilo (Euaa), nel 2025 gli afghani sono stati la nazionalità con il maggior numero di domande di asilo presentate nell’Ue allargata (a Svizzera e Norvegia): il 14% del totale, cioè 117 mila, in crescita del 33% rispetto all’anno precedente. Il 41% delle richieste del 2025, precisano però dall’Euaa, costituisce una ripresentazione di domande precedenti, soprattutto dopo che la Corte di Giustizia ha stabilito che le restrizioni imposte alle donne (tra cui il divieto di proseguire gli studi oltre le elementari) costituiscono una forma di persecuzione. Il tasso di concessione dell’asilo agli afghani è attorno al 68% (la Germania è il primo Paese per istanze esaminate, oltre la metà delle quali viene accolta), mentre i rimpatri effettivi non superano il 2%. È su quest’ultimo dato che gli europei vogliono adesso lavorare. Anche a costo di fare delle concessioni a Kabul.
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