Cina, la carica dei nuovi laureati (che fatica a trovare un lavoro)
di Luca Miele
Quest'anno saranno 12,7 milioni, 480.000 in più rispetto al 2025. Il mondo accademico cambia velocemente: eliminati 12.200 corsi di laurea, sostituiti da 10.200 nuovi

È un “esercito” in continua, vertiginosa, crescita. Ma, allo stesso tempo, esplodono anche le difficoltà che è chiamato a fronteggiare: a partire dal sempre più faticoso ingresso nel mondo del lavoro. Le università cinesi sfornano un nuovo record: il numero dei laureati. Quest'anno toccheranno quota12,7 milioni, 480.000 in più rispetto all'anno scorso. Ma, come scrive Asia Today, “la stagione delle lauree si è trasformata in un periodo di frustrazione per i giovani cinesi che si trovano ad affrontare una difficile ricerca di lavoro”. L’incertezza sui dati cattura l’entità del fenomeno. Il tasso di disoccupazione giovanile nel gigante asiatico è aumentato vertiginosamente a partire dal 2022, raggiungendo il record del 21,3% nel giugno 2023. Poco dopo, le autorità hanno fatto calare il silenzio, occultando le statistiche. Il dato è riemerso, dopo essere stato "corretto" nel gennaio 2024, con l’esclusione degli studenti dal calcolo. Come riporta Vision Times, anche con il metodo rivisto, la disoccupazione giovanile è rimasta elevata per tutto il 2025. Ha raggiunto il picco del 18,9% ad agosto, per poi diminuire leggermente al 16,5% entro la fine dell'anno, “rimanendo comunque significativamente superiore alle medie storiche”. E in tanti scommettono che i dati ufficiali sottostimino la reale portata del fenomeno.
Una cosa è certa: il mondo accademico cinese è un universo magmatico, mastodontico, in continua evoluzione, screziato di ombre e luci. Che assomma primati e vulnerabilità. Alimentato da una convinzione profonda: il sapere, e il sapere scientifico in particolare, sta diventando la posta in gioco della competizione globale. Il progresso accademico e tecnologico – che vive di ritmi sempre più accelerati e cicli di innovazione sempre più ravvicinati – sagomerà il nostro futuro.
Un movimento tellurico sta investendo gli «ecosistemi della ricerca», sovvertendo vecchie e ormai traballanti gerarchie. Secondo il Nature Index 2026, nove delle dieci migliori università di ricerca al mondo si trovano in Cina. Per la prima volta da quando l'indice è stato introdotto, Harvard non è più al primo posto. L'Università di Zhejiang ha preso il suo posto. Come ricorda Asia Times, la quota di pubblicazioni scientifiche cinesi nelle 178 riviste di punta del Nature Index è ora più del doppio di quella degli Stati Uniti. Dal 2000, il numero di laureati annuali in discipline STEM in Cina è quasi decuplicato.
Il mondo accademico cinese cambia, e cambia velocemente. Secondo i dati del ministero dell'Istruzione di Pechino citati dall’agenzia ufficiale Xinhua, tra il 2021 e il 2025, le università del Paese hanno eliminato o sospeso 12.200 corsi di laurea triennale e ne hanno introdotti 10.200 nuovi. Una trasformazione che ha interessato oltre il 30% di tutti i corsi di laurea a livello nazionale. Qual è la logica che governa il cambiamento? Semplice: i titoli di studio che si crede non portino a un lavoro vengono considerati un peso morto. Falcidiate soprattutto le discipline umanistiche, le lingue straniere e il management, come riportato dal South China Morning Post. Le new entry? Quasi interamente incentrate sull'intelligenza artificiale e sui settori tecnologici più avanzati. Come scrive Eurasia Review, “Pechino sta attuando una fredda e strategica svolta. Il messaggio è chiaro: l'istruzione deve essere al servizio dell'autosufficienza tecnologica nazionale e delle realtà del mercato del lavoro, non perpetuare l'inerzia istituzionale”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






