Starmer torna a fare il marito. Ma chi ha detto che la famiglia è il Piano B?

Il premier britannico, dopo le dimissioni, ha annunciato l'intenzione di dedicare più tempo a moglie e figli. Un passaggio che molti commentatori hanno letto come molto umano. Ma non si dovrebbe scegliere tra potere e cura
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June 24, 2026
Starmer torna a fare il marito. Ma chi ha detto che la famiglia è il Piano B?
L'ex primo ministro britannico Keir Starmer /Ansa
«Quando lascerò l’incarico più importante del Paese, dedicherò più tempo al lavoro più importante: essere il miglior marito possibile per mia moglie ed essere il miglior padre possibile per i miei figli». È stato un finale toccante quello del discorso con cui il premier britannico dimissionario Keir Starmer ha salutato Downing Street. Un passaggio che molti commentatori hanno letto come profondamente umano, e forse proprio per questo ancora più inatteso, provenendo da un leader spesso descritto nei suoi appena due anni di mandato come riservato, controllato, poco incline all’esposizione emotiva.
Colpisce il modo in cui, nella narrazione pubblica, il ritorno alla famiglia venga spesso rappresentato come l’approdo finale dopo la stagione del potere. Il leader sconfitto o dimissionario lascia la scena e “torna”, appunto, a fare il marito, il padre, il nonno. La frase suscita tenerezza, certo, perché richiama un’esperienza autentica, comune ai più. Ma contiene anche un’ambiguità, perché marito e padre lo si è anche mentre si governa un Paese. Così come moglie e madre lo si è mentre si dirige un’azienda, si insegna all’università o si scrive un giornale. La cura – come molto spesso viene definita la dimensione familiare delle persone – non inizia quando termina la carriera. E non dovrebbe essere raccontata come ciò che resta quando vengono meno il prestigio o la centralità di un ruolo professionale. In questa rappresentazione sopravvive un’antica gerarchia culturale: da una parte la sfera pubblica, luogo della realizzazione, dell’influenza, della Storia; dall’altra la sfera privata, luogo degli affetti, certamente prezioso, ma quasi concepito come un rifugio.
È una visione, questa, che pesa soprattutto sulle donne. Per generazioni la famiglia è stato il loro compito principale, talvolta esclusivo. Il loro “spazio naturale”. E anche se le barriere formali sono cadute, quelle culturali continuano a operare più o meno sottotraccia: nella distribuzione del lavoro di cura, nelle aspettative sociali, nella fatica diseguale (disegualissima) di conciliare tempi professionali e tempi familiari. Ne deriva quello che tutte le ricerche e le statistiche confermano a ogni piè sospinto: una presenza femminile nei ruoli pubblici e apicali ancora intermittente, limitata nelle condizioni di accesso, troppo poco sostenuta da reti di protezione sociale adeguate e spesso anche più esposta al giudizio. Per una donna che esercita il potere, infatti, il confine tra vita pubblica e vita privata continua a essere molto più permeabile. Se dedica energie alla carriera, c’è sempre qualcuno pronto a chiedersi se sia una madre abbastanza presente; se accetta incarichi gravosi, se viaggia molto o trascorre lunghe giornate lontano da casa, ecco subito il sospetto che stia trascurando la famiglia (ciò che raramente, per non dire mai, sorge nei confronti degli uomini). A una donna si domanda ancora, implicitamente o esplicitamente, di dimostrare di essere all’altezza in entrambi i campi: competente nel lavoro, ma anche disponibile nella cura; autorevole nelle istituzioni, ma senza sottrarre tempo agli affetti. È una specie di prova supplementare che il potere maschile, nella maggior parte dei casi, non è chiamato a sostenere.
Due auspici, allora. Che più leader uomini rivendichino il valore del tempo dedicato alla moglie e ai figli, e non solo quando danno le dimissioni: la cura non è una questione femminile, né un’attività residuale da esercitare quando tutto il resto è finito, ma una responsabilità umana che dovrebbe appartenere, allo stesso modo, a uomini e donne. E poi, che non si scelga più tra potere e cura: quest’ultima è una forma di grande responsabilità, forse la più esigente. La famiglia non è il piano B di chi lascia la scena pubblica. Non è il premio di consolazione della politica o della carriera. È il luogo in cui si impara quotidianamente il limite, la fedeltà, l’ascolto, la capacità di mettere un altro al centro. Tutte virtù di cui, peraltro, il mondo della politica e quello del lavoro avrebbero terribilmente bisogno.

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