Sicurezza e transizione energetica, come liberarci dal ricatto

Dalle rivolte urbane alle scelte energetiche, ci sono segnali di risveglio collettivo contro le élite e i conflitti. La diplomazia e le rinnovabili come svolta possibile e concreta
April 8, 2026
Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna”. La famosa poesia di Trilussa scritta agli inizi dalla Prima guerra mondiale sembra straordinariamente attuale. Trilussa coglieva con lucidità amara un tratto ricorrente della storia: i conflitti nascono spesso dai capricci e dagli interessi di pochi potenti, mentre i popoli che non li vogliono ne pagano il prezzo. A distanza di un secolo, questa intuizione riemerge nelle tensioni contemporanee, dalle proteste di Minneapolis fino alle narrazioni musicali di Bruce Springsteen, che raccontano fratture sociali e disillusione. In questo contesto, il “No Kings Day” appare come una risposta dal basso, civile e politica, a quella stessa dinamica: una reazione collettiva contro la concentrazione del potere e contro decisioni imposte senza consenso. Non ancora un progetto compiuto, ma un segnale chiaro. Come direbbe Polanyi, sono gli “anticorpi sociali” che si attivano quando l’equilibrio tra società e potere si rompe.
I fatti di cronaca di Minneapolis e la scriteriata guerra all’Iran che sta facendo il gioco di quel Paese, promuovendolo a potenza regionale, sono stati probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha svegliato la società globale dall’apatia e dal torpore politico. Ma nulla è automatico e sta a noi trasformare l’emergenza di una reazione sociale e politica in qualcosa che apprenda dai drammatici errori di questi giorni e ci riporti sul sentiero del bene comune. La ripartenza civile della comunità internazionale deve fondarsi su alcuni cardini fondamentali. Il primo è che l’ossessione della sicurezza perseguita attaccando militarmente nemici per presunti pericoli ha il risultato paradossale di aumentare insicurezza e instabilità. La via migliore per perseguire sicurezza è il diritto internazionale e lo sviluppo di rapporti pacifici e diplomatici migliori possibili con tutti, anche con chi è diverso da noi. La potenza militare e la presunta superiorità tecnologica è un valido strumento di deterrenza in una situazione di pace, ma diventa una pericolosa illusione quando si pensa, in un panorama globale complesso come quello di oggi, di usarla per ottenere una vittoria militare totale su un presunto nemico o pericolo.
Il secondo è che dobbiamo accelerare la fine di un mondo dove le fonti fossili hanno dominato l’offerta di energia diventando esse stesse fonti di guerre, ricatti, minacce e dinamiche inflattive. Il mondo delle fossili era ed è popolato da incubi, come la stretta dell’Opec degli anni ’70, l’esplosione dei prezzi del gas, la chiusura dello stretto di Hormuz. Una delle più grandi responsabilità del governo negli ultimi tempi è quella di non aver accelerato come sarebbe stato possibile il processo di indipendenza energetica. L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza dalle fonti fossili, condizione che espone famiglie e imprese a choc esterni continui e imprevedibili. Negli ultimi anni abbiamo semplicemente sostituito una dipendenza con un’altra: dall’Opec al gas russo, fino al gas liquefatto statunitense e alle forniture algerine. Questa fragilità si riflette direttamente nei prezzi. Il nostro PUN (Prezzo Unico Nazionale) è tra i più alti d’Europa e reagisce in modo immediato alle tensioni geopolitiche, come dimostrano i picchi nei momenti di crisi nello Stretto di Hormuz. La lezione è chiara: la transizione ecologica non è solo una questione climatica, ma prima ancora geopolitica ed economica. Al contrario, come dimostrano i Paesi più avanti nella transizione, le rinnovabili introducono un meccanismo opposto: quando cresce la loro quota nel mix energetico, aumentano le ore in cui il prezzo marginale dell’energia tende a zero, perché non entra in funzione il gas. Questo riduce strutturalmente il costo dell’energia e stabilizza il sistema.
Oggi il mercato e la tecnologia sono già dalla parte della transizione: il 91% dei nuovi impianti installati nel mondo è rinnovabile (Irena) e i costi di fotovoltaico e accumuli continuano a crollare. In Italia, Terna segnala circa 300 GW di progetti in attesa di autorizzazione: ne basterebbero circa 10 GW l’anno per raggiungere gli obiettivi. Il vero collo di bottiglia non sono le risorse, ma la burocrazia. Cosa aspettiamo a raddoppiare la commissione di Valutazione d’Impatto Ambientale per eliminare il collo di bottiglia, a realizzare un sistema di sconto in bolletta per far decollare le comunità energetiche e a potenziale quegli strumenti (come l’Energy release) che anticipano alle imprese i benefici dell’investimento in fonti rinnovabili per produrre l’energia necessaria per i processi produttivi? Governare in modo lungimirante vuol dire organizzare strategicamente il Paese e le partecipate in questa direzione e non essere al traino di inerzie del passato che rischiano di farci prendere in ritardo il treno della storia. Idroelettico, fotovoltaico, eolico onshore e offshore e lo sviluppo del geotermico – una nostra tradizione che oggi potrebbe avvalersi di straordinari recenti risultati raggiunti in Paesi vicini come Danimarca e Germania – possono e devono essere le fondamenta di una rivoluzione (già in corso) dove l’energia è partecipata e prodotta in modo diffuso. Il mondo dove non si combattono più guerre per il petrolio e dove produzione e prezzi dell’energia non dipendono da quello che accade nello stretto di Hormuz è alla portata.

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