Restituire ai ragazzi il tempo e il corpo

Dopo l'Australia anche la Gran Bretagna introdurrà limiti stringenti per l'uso dei social network, vietando l'accesso ai minori di 16 anni. Una decisione che può concedere spazi di libertà e riportare i giovani nel mondo reale
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June 18, 2026
Restituire ai ragazzi il tempo e il corpo
Un frame del video della canzone dei Lunapop "50 Special"/ WEB
Anche la Gran Bretagna ha annunciato in modo definitivo l’introduzione di una legge finalizzata a vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. L’annuncio dato dal primo Ministro Starmer, ieri, è divenuto una delle principali notizie nei media di tutto il mondo. Anche perché il “social media ban” inglese sembra essere ancora più ampio ed esteso di quello già in vigore in Australia, la prima nazione al mondo che si è mossa in questa direzione per la tutela della salute mentale in età evolutiva. La Gran Bretagna ha incluso nel bando anche youtube (che invece l’Australia aveva escluso) e sta immaginando di decretare anche una sorta di coprifuoco, per cui dopo le 20.30 la consultazione dei social media dovrebbe risultare impedita a tutti i minorenni.
Quando si parla di divieti rivolti ai minori in relazione alla loro frequentazione e permanenza nel mondo online, il mondo sembra dividersi in due. Da una parte ci sono coloro che, analizzando gli indicatori di salute – sia fisica che mentale – in età evolutiva si accorgono di quanto questi siano andati usurandosi in modo progressivo e apparentemente irreversibile negli ultimi 20 anni e di come tale peggioramento dello stato di salute dei minori sia strettamente correlato all’età di ingresso e all’intensità di uso del mondo digitale. Come ha ben evidenziato Jonathan Haidt nel libro che ha contribuito in modo determinante a guardare in modo molto critico l’impatto del mondo online in età evolutiva, oggi gli adolescenti appartengono alla cosiddetta “generazione ansiosa” che presenta i peggiori indicatori di salute mentale mai riscontrati prima in questo sottogruppo della popolazione. All’ansia pervasiva che tiene in ostaggio moltissimi adolescenti, vanno ad aggiungersi fenomeni mai visti prima in età evolutiva, primo fra tutti il ritiro sociale. In un tempo della crescita in cui il corpo viene fisiologicamente dotato della massima potenza energetica e il cervello emotivo in via di sviluppo è affamato di sensazioni nuove e intense, gli adolescenti del terzo millennio sono i primi ad avere tenuto il loro corpo fermo dentro una stanza e ad aver cercato di soddisfare la loro fame di emozioni dentro uno schermo, invece che dentro il mondo reale. Ragazzi che pensano troppo è il titolo di un best seller statunitense recentemente tradotto anche in Italia (ed. Libreria Pienogiorno), il cui autore – Matt Ritchell – utilizzando conferme provenienti dalla ricerca clinica, antropologica e neuroscientifica, mostra quanto si sia rivelato patogeno aver chiesto, in questo inizio di terzo millennio, a preadolescenti e adolescenti di processare la sovrastimolazione proveniente dal mondo digitale attraverso la semplice esperienza mentale, trasformando la crescita in qualcosa che avviene quasi completamente dentro la psiche, condizione che impedisce la scoperta e la messa alla prova di sé nel principio di realtà, attraverso l’azione concreta che obbliga a portare il proprio corpo, in trasformazione e sviluppo, fuori nel mondo.
Alle soglie dell’estate che sta per cominciare, rifletto su come una canzone quale “50 special” dei Lunapop, che per gli adolescenti di fine millennio rappresentò un vero e proprio inno generazionale, oggi racconti pochissimo agli adolescenti contemporanei. Girare per i colli bolognesi in sella ad un motorino, a contatto con la natura, cercando di coronare un primordiale sogno d’amore: sono proprio queste le esperienze che il mondo digitale ha limitato se non rimosso dalla vita dei più giovani, sostituendole con un’offerta spropositata di attività eccitanti e virtuali, basate sull’ingaggio dopaminergico, il neurotrasmettitore che viene prodotto nel nostro cervello quando siamo immersi in esperienze che ci forniscono gratificazione istantanea. La ferma posizione britannica, che noi specialisti di sanità pubblica plaudiamo perché la regolamentazione per legge di un fattore di rischio contribuisce a ridurne il potenziale effetto patogeno sulla popolazione (come già fatto per tabacco, alcol e gioco d’azzardo in età evolutiva), viene d’altro canto criticato da un altro gruppo di specialisti che ritengono che sia meglio preferire l’educazione al divieto. Ma quando si parla di educare al mondo online, non si tiene conto che si ha a che fare con un ambiente spaventosamente additivo, architettato ad arte per diventare una gigantesca calamita il cui campo magnetico intrappola in modo irreversibile il cervello dei minori, che proprio perché in fase di sviluppo, risulta molto più vulnerabile e fragile nei confronti dell’ingaggio dopaminergico di cui le piattaforme social sono farcite all’inverosimile. Abbiamo permesso per decenni al mondo digitale di qualificarsi come zona franca da qualsiasi regola presente nel mondo reale a tutela dei diritti dei minori: ora è tempo di invertire la rotta.

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