«Quale collega licenzieresti?». In ufficio a Treviso la logica da Squid game
Questionario-choc distribuito ai dipendenti alla Bluergo di Castelfranco Veneto. Ma così si erodono fiducia e coesione

«Chi lasceresti a casa? Chi non ha figli? Chi è stato assunto da meno tempo?». Il quesito choc è stato distribuito intorno a Natale da un'azienda di componenti elettrici di Castelfranco Veneto (Treviso), la "Bluergo", ai propri dipendenti. L'azienda occupa una sessantina di dipendenti tra uomini e donne, che hanno contestato l'argomento, paragonandolo alla fiction coreana "Squid Game", dove le persone vengono messe una contro l'altra. Tra le possibili motivazioni per lasciare a casa i colleghi viene chiesto di scegliere tra i volontari, le persone in part-time, le persone senza carichi di famiglia, i dipendenti più giovani, o altro. Solo una decina di questionari sarebbero stati compilati e restituiti all'azienda. La dirigenza ha definito l'iniziativa come uno strumento di ascolto: «È solo un'indagine interna per testare il clima aziendale». Ma i dipendenti chiedono chiarezza sulle reali intenzioni dell'operazione e sulle prospettive occupazionali.
Che poi dovremmo forse smetterla di dividerci sempre e comunque, i buoni di qua e i cattivi di là, giovani e meno giovani, genitori e non, part-time e lavoratori a tempo pieno. E in un mondo che già si divide, si frammenta, si butta via tra alleanze spezzate e nuove barriere, pensare che proprio partendo da noi qualcosa invece può cambiare. «Chi lasceresti a casa?», hanno chiesto con un questionario distribuito tra i dipendenti i dirigenti della Bluergo di Castelfranco Veneto. E no, non è il Grande fratello, non è l’Isola dei famosi, è una logica da “Squid Game”, trama intrigante forse su Netflix, canovaccio (il)logico e doloroso se applicato alla vita reale. «Testare il clima aziendale» per «scongiurare i licenziamenti», la giustificazione di una dinamica che trasforma i lavoratori in giudici dei colleghi, in una dialettica che corrode fiducia e collaborazione, invece di costruirle.
Lo sappiamo tutti: trascorriamo più ore della nostra giornata al lavoro che in famiglia. L’ufficio, il negozio, la fabbrica sono così spazio di condivisione e interazione, in un imprevedibile groviglio di relazioni che influisce sia sul nostro benessere che sulla nostra produttività. Dovremmo sentirci sicuri, riconosciuti, parte di una comunità, non al centro di un’arena di selezione in cui il meccanismo del branco sostituisce ragione e competenza. Dinamiche di esclusione e bullismo, già fin troppo presenti nelle aziende, rischiano in casi estremi di essere legittimate da una cultura della paura che è il contrario del confronto costruttivo.
Dividere i colleghi in base a età, carichi familiari o tempo di permanenza in azienda non ha peraltro alcuna relazione con il contributo reale che ciascuno porta all’impresa. Il talento non è sempre visibile, e spesso chi non appartiene al gruppo giusto o è semplicemente meno popolare è proprio il lavoratore che sa produrre risultati preziosi, perché capace di pensare diversamente, di innovare, di sfidare lo status quo senza lasciarsi intimidire. Confondere rapporti personali con valore professionale, mettere i dipendenti in una competizione a esclusione significa impoverire l’azienda, banalizzare la dignità del lavoro e tradire il senso stesso della comunità lavorativa.
Il rischio più grande di vicende come quella di Castelfranco Veneto - riportata da "La tribuna di Treviso" - è normalizzare il sospetto e il giudizio tra colleghi, fino a farlo sembrare uno strumento legittimo. «È un tentativo di disgregare il tessuto sociale di un’azienda», hanno non a caso evidenziato i sindacati. Serve ricordare che il lavoro è collettività, che ogni dipendente è un contributo unico. E che le aziende che ignorano questa verità giocano con la propria coesione. La fiducia, in un contesto lavorativo, è un capitale prezioso. Una volta erosa, non solo diminuisce il benessere dei singoli, ma si indebolisce l’intera organizzazione. L’azienda che pensa di poter gestire crisi di mercato o cali di produttività con strumenti che alimentano sospetti e rivalità, rischia di produrre l’effetto contrario: disimpegno, ansia e calo dei risultati. Al contrario, incentivare dialogo aperto e trasparenza sulle scelte strategiche e riconoscere il valore individuale è l’unico modo per rafforzare un clima collaborativo e produttivo. “Squid game” può intrattenere in tv, ma il lavoro è tutto fuorché un gioco.
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