Putin, Zelensky: cosa c'è dietro quelle "lettere" dal fronte?

Accuse, cifre contestate e propaganda. Ma Mosca e Kiev lanciano segnali su possibili trattative. Pesano le difficoltà interne. Questi messaggi potranno favorire un cambio di fase?
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June 6, 2026
Putin, Zelensky: cosa c'è dietro quelle "lettere" dal fronte?
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky /Ansa
Possiamo sperare? Oppure le “lettere” che Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin si sono scambiati in occasione del Forum economico internazionale di San Pietroburgo vanno declassate a mere azioni di propaganda? Diciamo lettere, al plurale, perché accanto a quella vera e propria pubblicata da Zelensky c’è stata anche quella verbale che Putin ha affidato alla stampa internazionale. E vanno messe insieme perché, a leggerle con attenzione, nella diversità degli stili (più sarcastico Zelensky, più freddo Putin), propongono argomenti quasi identici. Putin ha detto che l’Ucraina è disperata, Zelensky che la Russia è in crisi; entrambi hanno enfatizzato le perdite del nemico (40mila uomini al mese per Kiev secondo Putin, 30mila russi secondo Zelensky); il presidente ucraino ha dipinto Putin come un uomo ossessionato dalle pulsioni belliche, Putin ha messo in causa le legittimità di Zelensky, presidente “scaduto” da due anni; l’uno ha descritto la Russia come un Paese isolato e assediato, l’altro ha annunciato nuovi grandi accordi con la Cina.
C’è retorica e disinformazione in entrambi, è ovvio. E anche ipocrisia: quando Zelensky chiede che Usa e Ue siedano a un eventuale tavolo negoziale sa benissimo di porre una condizione che i russi non possono accettare, visto che considerano la Ue un’entità combattente al fianco dell’Ucraina, e fa la stessa operazione che fece Putin quando chiese che, in un dialogo con la Ue, fosse l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, consigliere d’amministrazione di Gazprom, a mediare. Eppure, questo scambio arriva in coda a una serie di reciproche allusioni a possibili trattative che, con tutte le doverose cautele, ci spingono a non sottovalutarne le implicazioni. E a non ridurlo a un puro tentativo di parlare non all’interlocutore diretto, ma alla popolazione che gli sta dietro. Russi e ucraini non ne hanno bisogno. Basta vedere la tenacia con cui, sfidando le leggi repressive in vigore a Mosca come a Kiev, continuino a documentare le violenze della mobilitazione forzata in Ucraina e i colpi inferti dai droni alle infrastrutture energetiche in Russia. O i risultati dei pochi sondaggi davvero credibili: il crollo della fiducia in Putin (20 punti in meno di un anno fa), le accuse a Zelensky per la corruzione imperante (quasi il 50% lo giudica il primo responsabile).
Due elementi ci paiono ora significativi. Il primo è l’evidente stanchezza dei due Paesi impegnati in una guerra che, come è ormai chiaro, è conclamata da quattro anni e mezzo ma che in realtà è cominciata nel 2014 nel Donbass. Per la Russia il 2026 è il primo anno di evidente e profonda difficoltà. Pil in calo, entrate da gas e petrolio assai meno floride che in passato, spese pubbliche in aumento, sia a causa della guerra sia per il sostegno a quello Stato sociale che per il Cremlino vuol dire anche costruzione del consenso, sanzioni che non si allentano. Un quadro fosco che spinge al pessimismo gli stessi decisori politici russi, se il ministero delle Finanze continua a tracciare previsioni di bilancio con il petrolio a 60 dollari, anche se da mesi il greggio è ben sopra questa quota.
Non sta certo meglio l’Ucraina, che di fatto resta in piedi grazie al sostegno estero. In più, Kiev deve affrontare un’urgenza drammatica: la mancanza di uomini. Non a caso Zelensky ha chiesto all’Unione Europea di non concedere più lo status di rifugiato agli uomini ucraini tra i 23 e i 60 anni, chiedendo di fatto a Bruxelles di dare una mano ai suoi uffici di reclutamento. Il fattore stanchezza può essere importante in un contesto in cui i due avversari non mostrano alcuna reale volontà di arrivare a un compromesso.
La seconda considerazione è che i messaggi più o meno indiretti che Zelensky e Putin si scambiano da settimane sembrano in qualche modo prescindere dall’interlocutore che si era autodefinito come indispensabile, ovvero Donald Trump. Lo hanno citato entrambi. Zelensky per sottolineare come il presidente Usa sia ora totalmente assorbito dall’Iran e dal Medio Oriente, Putin per richiamare i mai ben definiti “accordi di Anchorage”. Entrambi però con il tono di chi, volendo, potrebbe anche fare a meno di un mediatore finora rivelatosi ondivago e di cui alla fin fine, sia pure per ragioni diverse, né l’uno né l’altro si fidano. Quasi un appello-ultimatum affinché la Casa Bianca faccia meno promesse e più azioni. Speriamo troppo? Forse. Certo non pensiamo che la guerra possa finire domani. Però certi segnali ci sono. E il primo modo per farli maturare è cominciare a coglierli.

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