Lezione di storia dai Balcani: il passato senza pregiudizi
Un progetto riunisce studiosi dell’Europa sud-orientale che hanno prodotto materiali didattici comuni con fonti plurali. “Joint History Workbooks Project” ha realizzato 6 volumi per le superiori della regione mettendo a confronto versioni opposte degli eventi

«Provate a pensare ai vostri libri di storia a scuola, quando eravate ragazzi. Come venivano descritti i popoli vicini e i nemici del vostro Paese? La vostra nazione era sempre la migliore?». Le domande sono rivolte a una platea di persone di provenienza diversa, riunite in una capitale dei Balcani. «Molti studiosi hanno analizzato le ragioni della violenza interetnica e il ruolo svolto dalla pesante ombra della storia nelle guerre. I testi scolastici sono stati individuati come uno dei potenziali motivi di intolleranza tra le nazioni». Lo spiega Christina Koulouri, professoressa di Storia moderna e contemporanea e rettrice della Panteion University of Social and Political Sciences di Atene. È lei che coordina un eccezionale team di studiosi in rappresentanza di tutti i Paesi della regione balcanica, un centinaio tra accademici e professori di storia che negli ultimi trent’anni sono riusciti a realizzare un’impresa quasi impossibile. Quella di scrivere, insieme, una storia comune dell’Europa sud orientale, dalla Slovenia fino a Cipro, iniziando a farlo quando ancora gli echi delle guerre jugoslave si sentivano forti e chiari.
L’iniziativa si chiama “Joint History Workbooks Project” (Jhp) e finora ha prodotto sei preziosi volumi, pronti all’uso nelle scuole superiori della regione. Coprono un lungo periodo storico, dall’Impero Ottomano fino al 2008, e non sono libri di testo classici, ma una selezione di fonti, tra testimonianze, foto, documenti ufficiali, articoli di giornale e persino fumetti, da tutti i Balcani. Materiali autentici che offrono punti di vista molteplici sugli stessi eventi, per stimolare domande, esercitare il pensiero critico e per comprendere che il passato è complesso e che società diverse possono ricordarlo in modi non sempre uguali. «Non è solo un prodotto editoriale, ma l’esempio di una collaborazione tra professionisti di nazioni considerate rivali e nemiche», spiega ad Avvenire la professoressa Koulouri. «Più o meno coetanei, rappresentanti della generazione che ha vissuto quelle guerre, siamo riusciti a superare ricordi amari parlando il linguaggio della disciplina storica. Solo una ricerca di alta qualità può fungere da scudo per proteggere le società dalla creazione di stereotipi sull’altro e dallo sviluppo di nazionalismi ciechi”.
Avviato alla fine degli anni Novanta dal “Center for Democracy and Reconciliation in Southeast Europe” di Salonicco, dopo una battuta d’arresto per mancanza di fondi nel 2019, il “Joint History Workbooks Project” è stato rilanciato nel 2023 grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri tedesco e al Fondo Europeo per i Balcani, con sede a Belgrado. Il progetto ha ottenuto, a marzo in Albania, il Premio Cespic del Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione, promosso dalla Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana in collaborazione con l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. In questi anni migliaia di insegnanti, in tutta la regione, hanno ricevuto gratuitamente i libri, scaricabili anche online in Pdf. L’obiettivo primario era e resta quello di portare i volumi nelle classi.
«Il passaggio storico degli anni ‘90 è stato il più discusso, non solo perché si è trattato di un decennio traumatico, controverso e delicato, ma anche perché i ricordi erano vivi negli insegnanti stessi», prosegue Christina Koulouri. «Ad esempio, abbiamo incluso un capitolo sull’assedio di Sarajevo, che le persone hanno vissuto in prima persona. Come poterlo insegnare in classe?». Nello stesso volume c’è anche un paragrafo sulla battaglia di Vukovar, assediata nel 1991 per ottantasette giorni. Vi si presentano due articoli di giornale, uno dalla prospettiva serba, tratto dal quotidiano di Belgrado Politika con il titolo “Vukovar finalmente libera”. L’altro dal punto di vista croato, intitolato “Chi manipola la tragedia di Vukovar”, pubblicato dal Vjesnik di Zagabria. Una volta letti entrambi, gli studenti devono confrontarli e individuare quali dati sono identici e quali si contraddicono, e quali motivi potrebbero spiegare le differenze nel numero di vittime dell’Armata Popolare Jugoslava (Jna) nelle fonti serba e croata. In un altro passaggio del workbook, si propone invece un lavoro fotografico. Un primo scatto mostra una colonna di sfollati che lasciano proprio Vukovar. In una seconda foto è la popolazione serba che abbandona la Croazia dopo l’Operazione Tempesta. Una terza immagine immortala profughi kosovari espulsi nell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. C’è poi l’aggiunta di un articolo sulle difficoltà delle autorità rumene al confine con la Serbia a fronte delle numerose richieste di asilo da parte di serbi, dopo l’intensificarsi dei bombardamenti Nato. «Cosa significa essere un rifugiato di guerra?», viene chiesto alla classe, al termine dell’attività didattica.
«Prima non esisteva nulla del genere – prosegue Christina Koulouri –. Si tratta di materiale originale tradotto da nove lingue. Dunque, uno studente in Serbia o in Croazia può consultare un documento in arrivo da Grecia, Albania o Cipro». Chiediamo se esistano esperienze simili in giro per il mondo. «C’è stata un’iniziativa tra Francia e Germania negli anni ‘60. Ma si trattava di due soli Paesi, e di due narrazioni parallele, che invece noi non vogliamo. C’è stato poi un tentativo tra israeliani e palestinesi, senza successo», aggiunge la storica. Per imparare a usare i testi, ai docenti vengono proposti workshop. Capita che, al primo contatto con colleghi di altri Paesi, emergano pregiudizi. «La reazione iniziale è di sorpresa. L’interazione fisica tra loro per noi è importante, si stringono amicizie. Con la convivialità si crea una comunità. C’è chi non cambierà mai idea, ma spesso assistiamo a una modifica di atteggiamenti e mentalità», conclude la professoressa.
Intervenendo alla cerimonia del premio Cespic a Tirana, la sua collega e direttrice del “Joint History Workbooks Project” Zvezdana Kovač ha parlato anche di una «dimensione psicologica» dell’iniziativa. «Molti giovani dei Balcani occidentali, anche quelli nati dopo le guerre, mia figlia compresa, portano l’eredità di traumi irrisolti. Comprendere in che modo le narrazioni storiche plasmano identità, emozioni e percezioni è fondamentale per un futuro più pacifico. La pace non può essere preservata senza l’istruzione. Solo individui istruiti e di mentalità aperta, disposti a porre domande, ad ascoltare punti di vista diversi e a riflettere in modo critico sul passato possono diventare garanti della pace». Proprio gli uomini e le donne di cui oggi c’è un gran bisogno. «Il nostro obiettivo è semplice, ma ambizioso», conclude la direttrice Kovač. «Quello di aiutare i ragazzi a comprendere che la storia non deve essere usata come un’arma, ma come uno strumento di empatia. La pace richiede coraggio e immaginazione. Richiede società disposte a guardare con onestà al proprio passato, ad accettare la complessità. E a insegnare alle nuove generazioni che la convivenza non è una debolezza. È una forza».
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