La Svizzera tra vergogna e paura
dopo la strage di Crans-Montana

Il Paese da sempre modello di democrazia diretta e convivenza si è scoperto vulnerabile. Non solo per le criticità nelle misure di sicurezza, ma perché si incrina la sua immagine di infallibilità
January 23, 2026
La Svizzera tra vergogna e paura
dopo la strage di Crans-Montana
Fiori deposti per le vittime del bar "Le Constellation" a Crans-Montana/ REUTERS
La tragedia di Crans-Montana ha interrotto di colpo una narrazione rassicurante: quella di un Paese che si pensava al riparo dagli errori gravi, protetto da regole minuziose, controlli frequenti, una cultura diffusa del “fare le cose per bene”. Questa sicurezza, a volte compiaciuta, si fondava anche su un tratto strutturale della Confederazione: un federalismo che funziona bene “in tempo di pace”, sorretto dalla prossimità tra politica, amministrazione e cittadini. In condizioni ordinarie, questa vicinanza è un vanto: il sindaco che conosce le famiglie per nome, il funzionario che incroci al supermercato, il consigliere comunale che è anche il vicino di casa. È l’immagine di una Svizzera che decide “dal basso”, democratica, che discute sulle piazze dei villaggi e nei referendum, dove nessuno è troppo lontano dal potere per non poterlo almeno interpellare. Ma quando esplode una crisi di questa portata, quella stessa prossimità si rovescia e diventa limite: tutti sono un po’ competenti, nessuno appare davvero responsabile, e ci si rifugia nei procedimenti tecnici mentre l’opinione pubblica chiede parole semplici, gesti netti, volti che si assumano la responsabilità. Qui si incrina uno degli stereotipi più consolidati: lo svizzero come funzionario impeccabile, neutrale ed efficiente, capace di trasformare ogni problema in dossier, ogni tragedia in fascicolo accuratamente classificato. L’incendio di Crans-Montana mette a nudo l’altra faccia di questo approccio: quando la realtà supera l’immaginazione burocratica, il linguaggio dei regolamenti non basta più. Non consola sapere che “la procedura è stata rispettata”, quando si scopre che un locale non è stato controllato per anni o che, pur dentro il quadro formale delle norme, il rischio era sotto gli occhi di tutti e, forse, nessuno ha voluto davvero vederlo.
Il Paese che è un laboratorio di democrazia diretta, modello di convivenza tra lingue e culture, si scopre improvvisamente vulnerabile. Non solo perché le misure di sicurezza hanno fallito, le istituzioni hanno fallito, ma perché l’immagine di sé è stata incrinata. Crans-Montana non è tutta le Svizzera? Vero. Gli stereotipi interni – “da noi queste cose non succedono”, “se c’è una norma, viene applicata”, “siamo più seri e più attenti degli altri”, si scontrano con la brutalità dei fatti. E gli stereotipi esterni, la Svizzera degli orologi perfetti, delle banche solide, delle montagne pulite e dell’ordine, vengono improvvisamente contaminati da un’immagine nuova: quella di un Paese che può sbagliare, come tutti, che può lasciar correre, che può nascondersi dietro il linguaggio formale ma che allo stesso tempo comprende il dolore delle vittime che chiedono verità. In questo cortocircuito tra autorappresentazione e realtà concreta emerge la dimensione sociale e umana della crisi. Nelle reazioni sui social, nelle discussioni nelle famiglie e negli uffici, si percepisce una doppia tensione. Da un lato la vergogna: il fastidio per le frasi fuori luogo, per la percezione di un’istituzione più preoccupata della propria immagine che delle vite spezzate, per il sospetto che “ci si copra a vicenda” tra livelli di potere troppo vicini. Dall’altro lato, la paura di vedere la Svizzera messa sul banco degli imputati dal resto del mondo, quasi una voglia di difendere “la nostra casa” da uno sguardo esterno percepito come severo, se non ostile.
Questa dinamica non è solo psicologica, ma tocca la struttura profonda del federalismo elvetico. La prossimità che in tempi sereni è dialogo e partecipazione, in tempi di crisi rischia di diventare complicità involontaria: il sindaco che conosce il gestore, il funzionario che non vuole rovinare il lavoro a un concittadino, il politico cantonale che teme di incrinare equilibri fragili, le partite di golf tra mondi e livelli. Non è  malafede, spesso è quella miscela di abitudine, fiducia personale, paura del conflitto che, nel lungo periodo, genera zone d’ombra. Tutti si sentono parte di una stessa comunità, e proprio questo rende più difficile dire dei “no” netti, imporre controlli scomodi, chiudere un’attività che “tiene in piedi” l’economia locale? Il risultato è una responsabilità che si dissolve? Se “siamo tutti dentro il sistema”, allora nessuno appare più il volto chiaro di una colpa precisa. Le conferenze stampa affollate, le spiegazioni tecniche, il continuo rinvio al lavoro degli esperti danno l’impressione di un cerchio che si chiude su se stesso. La società, invece, chiede esattamente l’opposto: qualcuno che guardi in “camera”, chieda perdono, riconosca errori concreti, indichi cambiamenti credibili. Non bastano formulari aggiornati o nuove linee guida: è in gioco una fiducia che riguarda il patto tra cittadini e istituzioni. Che suggerisce una riflessione anche per altri Paesi.
Crans-Montana diventa così un momento di verità rispetto anche ad altri cliché svizzeri. Il cliché della neutralità, per esempio: l’idea che “non si prendono mai posizioni troppo forti”, che tutto si componga nel compromesso. In tempi normali, questa cultura del compromesso è una risorsa. Nella gestione di una tragedia, però, il compromesso può apparire “tiepidezza”. Le famiglie delle vittime, l’opinione pubblica, ma anche il mondo che guarda dall’esterno, non hanno bisogno di formule equilibrate: chiedono chiarezza, scelta, responsabilità. Il compromesso utile tra partiti in Parlamento diventa inadeguato quando si parla di vite perdute. C’è poi il cliché del Paese “discreto”, che non ama l’esposizione emotiva, che gestisce il dolore in modo sobrio, privato. Anche questo tratto, in sé, non è negativo. Ma nel momento in cui il lutto si intreccia con la percezione di errori istituzionali, il rischio è che la discrezione diventi esclusività. Se si alza un muro di riservatezza la sensazione di distanza cresce. La comunità ferita, e oggi, in un’epoca di rete globale, non è più solo il comune o il cantone, ma l’intero Paese, il mondo, che chiede una prossimità diversa: quella che si espone, che ascolta, che rende conto. L’altra grande sfida riguarda il rapporto tra Svizzera e sguardo internazionale. Abituata a essere osservata come “caso esemplare”, la Confederazione reagisce con particolare sensibilità quando viene criticata sulla credibilità, sul rispetto delle regole, sulla trasparenza. Eppure, proprio qui potrebbe nascere un salto di qualità. Accettare che altri Paesi, che altri media, che altre opinioni pubbliche si interroghino sul funzionamento della giustizia e della politica svizzera non significa subire un attacco, con dei doverosi distinguo, ma riconoscere di far parte di uno spazio pubblico globale in cui nessuno è intoccabile. La difesa legittima di sé non può consistere nel respingere ogni domanda, bensì nel mostrare apertamente come si reagisce all’errore. Sul piano umano, infine, questa tragedia può aiutare a scoprire una Svizzera meno stereotipata e più vera. Dietro la facciata dell’efficienza e dell’ordine, il Paese è abitato da paure, fragilità, conflitti. C’è chi teme di perdere la sicurezza economica, chi non si fida più delle istituzioni, chi sente che l’individualismo ha eroso la solidarietà, chi vive il pluralismo culturale come minaccia. L’immagine perfetta risponde male a queste inquietudini; anzi, le accentua, perché obbliga a fingere che vada sempre tutto bene. Una Svizzera che ammette la propria imperfezione, che riconosce errori, lentezze, zone grigie, può invece trovare un nuovo modo di stare insieme, più onesto, meno prigioniero dei cliché.
In fondo, anche per le nuove generazioni, la Svizzera, come buona parte dell’Europa, era diventata il luogo di una sicurezza data per scontata. I giovani cresciuti tra montagne ordinate, trasporti puntuali e un benessere diffuso hanno imparato a percepire il rischio come qualcosa di lontano, quasi astratto. La “vita tranquilla” non era solo un privilegio, ma una certezza culturale, l’idea che l’imprevisto riguardasse sempre altri Paesi, altre realtà. La tragedia di Crans-Montana ha squarciato quel velo, ricordando che anche negli ambienti più regolati il pericolo reale esiste, e che la sicurezza non è uno stato naturale ma un processo vivo, che richiede vigilanza, responsabilità e coscienza collettiva. Quella dei giovani non è allora solo una generazione da proteggere, ma anche una generazione chiamata a riscoprire il valore dell’impegno civico, dell’attenzione reciproca, della fragilità come parte integrante della vita comunitaria. Quando il clamore mediatico si affievolirà, resterà aperta una domanda decisiva: che cosa significa, concretamente, imparare da Crans-Montana? Non basterà correggere una norma o riorganizzare un ufficio, come detto. Sarà necessario ripensare la prossimità in modo più adulto: continuare a volere istituzioni vicine, ma dotarle di strumenti realmente indipendenti di controllo; mantenere il dialogo ravvicinato tra cittadini e politica, ma accettare che in caso di conflitto l’interesse collettivo e la tutela della vita vengano prima di tutto.
Se questo passaggio riuscirà, il Paese, e anche chi oggi lo osserva, potrà uscire dalla tragedia con un’identità meno mitizzata e più robusta. Una Svizzera che non si racconta più come perfetta, ma che misura la propria maturità non sull’assenza di errori, bensì sul modo in cui li riconosce, li espone, li affronta. Una Svizzera che non ha paura di guardarsi allo specchio quando l’immagine si deforma, e che proprio da questa incrinatura inizia a costruire una forma nuova di responsabilità condivisa. Se i reati ascritti verranno confermati, ci guarderemo tutti in quello specchio deformato e confermeremo che siamo il risultato di una corresponsabilità che ha messo al centro il profitto sacrificando i valori, la cultura, il futuro, i nostri figli.

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