La politica «che fa schifo» e il bisogno di scendere in piazza

Tra la deriva dei social e il disinteresse per i partiti, i giovani scelgono la protesta. Perché c'è un limite oltre il quale la coscienza si rianima
January 6, 2026
La politica «che fa schifo» e il bisogno di scendere in piazza
Manifestazione a Roma contro il riarmo /Fotogramma
C’è una grande confusione nelle società occidentali. Le rivoluzioni che hanno stravolto la geopolitica nel 2025, soprattutto a seguito della rielezione di Donald Trump, dimostrano un aspetto tutt’affatto pacifico. E il senso di insofferenza e di ansia si percepisce dalla modalità con cui si sposano posizioni estreme, che porta allo scontro tra “fazioni”, in un clima da derby permanente, che va dalle chiacchiere da bar ai dibattiti politici, passando per il sempre più scoraggiante mondo degli odiatori social. In questo contesto si è fortificato e ampliato il movimento pro-Pal, in cui si sono ritrovati giovani e anziani, attivisti e cittadini meno impegnati, spinti dalla necessità di dire basta a una guerra che ha acquisito ogni giorno di più contorni assurdi, fino alla strage di un popolo vessato dalla fame. Un movimento che ha portato in piazza generazioni di persone che disertano da tempo le urne. Disinteressate alla politica, se non infastidite o peggio ancora.
Un segnale, forse, di un’esigenza che la filosofia greca considerava innata nell’essere umano. Tra il vivere e il sopravvivere c’è di mezzo la politica, per Aristotele. Polis (città-stato, ovvero comunità), technè (arte), oikòs (famiglia, casa), nella radice del termine oggi tanto bistrattato. «La politica non mi interessa», «mi fa schifo», «non la capisco», «i politici sono tutti uguali»: quante volte lo sentiamo dire? Per Platone la politica è l’arte con cui si crea uno Stato giusto. E questo senso di giustizia, frustrato ed esasperato, che ha spinto i cittadini del nuovo millennio verso l’individualismo, trasformato in egocentrismo dai social, è tornato a galla di fronte alle immagini dei bambini morti di fame per volontà di pochi potenti, di città trasformate in ammassi di macerie per scelta degli stessi governanti. La dimostrazione che c’è un limite oltre il quale la coscienza – anche la più chiusa e distratta – si rianima.
Ebbene, si è avvertito il bisogno di uscire di casa, di elaborare una protesta, se non una proposta. E però per arrivare da protesta a proposta, da contestazione a cambiamento si passa necessariamente attraverso la conoscenza, lo studio, l’approfondimento. La politica è il contrario della passività. Seguire d’istinto una voce che parla la stessa lingua del tuo cuore è il sintomo. Per la cura serve impegnarsi, informarsi, e verificare. Perciò il disorientamento di quei pro-Pal che si sono trovati di fronte alla vicenda di Mohammad Hannoun, presunto referente di Hamas in Italia, e dei soldi dirottati attraverso iniziative che volevano essere umanitarie è più che legittimo. Mostra come sia necessario governare gli eventi e non lasciarsi trascinare dalla marea. Come sia necessario uscire dalla superficialità che può essere un rifugio e indurre a una pigrizia irreversibile.
Nel messaggio di Capodanno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rivolto in particolare ai giovani. Mattarella ha parlato per l’undicesima volta come più alta carica istituzionale. Ma soprattutto dall’alto di una vita spesa per il Paese, una vita intera, essendo nato da un uomo di Stato ed essendo passato per l’enorme dolore dell’assassinio del fratello Piersanti nell’esercizio delle sue funzioni di presidente della Regione Sicilia. Negli undici anni al Quirinale il Presidente ha incontrato tante generazioni e può ritenersi a ragione conoscitore delle ragioni e delle esigenze dei “nuovi” giovani. E a loro ha parlato di educazione alla pace (riprendendo le parole di papa Leone). A loro ha dedicato l’esortazione all’ottimismo, elencando i problemi che affliggono il Paese e si riversano per lo più sulle nuove generazioni. A loro ha riservato il più grande messaggio di speranza contenuto nel suo discorso: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». E li ha invitati ad essere «esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro». Il bisogno di politica oggi appare in fase embrionale, ma in timido risveglio. Il modo di declinarlo senza strattonamenti, indottrinamenti ma con consapevole ragionevolezza, quello può fare la differenza. 

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