La «fine della fine della storia» e il lutto dell'Occidente
di Nello Scavo
Nel libro di Gabriele Segre il tramonto delle certezze nate dopo la caduta del Muro di Berlino

Un libro che comincia dalla “fine” o è un gioco intellettuale o una diagnosi. La fine della fine della storia (Bollati Boringhieri) di Gabriele Segre, fa l’uno e l’altro. Non aggiunge un’etichetta alla crisi del nostro tempo. Prova a nominare lo spaesamento dell’Occidente dopo trent’anni passati a credere di abitare il punto d’arrivo della storia. Si comincia da una constatazione, semplice e brutale: la promessa nata dopo il crollo del Muro di Berlino non regge più. Avevamo immaginato che democrazia liberale, mercato globale, diritto internazionale, tecnologia e progresso avrebbero composto un ordine stabile, quasi naturale. Pensavamo che il mondo sarebbe diventato progressivamente più simile a noi e a come ci percepiamo. Invece il mondo ha continuato a muoversi, spesso contro di noi, mentre le nostre categorie, e anche i nostri codici lessicali, restavano fermi.
Qui sta uno dei meriti del libro. Gabriele Segre, che vive tra Gerusalemme e l’Italia, studioso di identità e convivenza, dirige la fondazione intitolata al nonno Vittorio Dan Segre, combattente, diplomatico, giornalista, tra i fondatori di Israele. E da ricercatore non si limita a dire che l’Occidente è in crisi. Spiega perché questa crisi ci trovi così impreparati. Non siamo soltanto impauriti dalla guerra, dalla pandemia, dalla fragilità dell’Europa o dalla crisi climatica. Siamo soprattutto incapaci di elaborare la perdita del mondo che pensavamo definitivo. Di un mondo immaginato e forse mai davvero nato. Ci è stato sottratto non solo un sistema di sicurezza, ma un modo di stare nel tempo.
Per questo l’interrogativo iniziale, «come stiamo?», non è un espediente retorico. È la domanda politica del libro. Stiamo male non perché manchino beni, dati, consumi, strumenti o connessioni. Stiamo male perché non sappiamo più rispondere alla domanda successiva: «Come staremo?». Il futuro, che era stato promesso come sviluppo e apertura, oggi appare come rischio, perdita, competizione, solitudine. Ci eravamo illusi e ci siamo lasciati illudere. Il controllo affidato alla tecnica. Il dato, come se misurare la realtà bastasse a comprenderla. Il mercato, il diritto e il multilateralismo come automatismi capaci di tenere insieme un puzzle scollato. E poi la più difficile: la negazione del lutto. Accettare che una stagione sia finita non significa compiacersi della catastrofe. Significa smettere di fingere che tutto possa tornare com’era.
Chi attraversa guerre, frontiere, campi profughi, città bombardate, società spezzate, sa che in realtà la storia non è mai finita. Semmai qualcuno, nella parte privilegiata del mondo, aveva smesso di ascoltarla. Altrove la storia continuava a produrre vittime, rivincite, identità, rancori, occupazioni, migrazioni, resistenze. Il trauma occidentale nasce dalla scoperta tardiva che il mondo non aspettava di essere convertito a nostra immagine e somiglianza.
Segre però non consegna al lettore un libro di resa. Non propone nostalgia, né cinismo. Non cerca il conforto delle formule. Dice che non esiste una soluzione calata dall’alto, un nuovo profeta, un algoritmo, un leader, un deus ex machina capace di indicarci la via. Anzi fa appello alla capacità e alla libertà di giudizio, affinché si stia alla larga dai sedicenti messia con un algoritmo in tasca, profeti di una tecno-oligarchia che non vuole contrappesi. Il futuro non può essere scritto da uno solo. Deve tornare a essere un lavoro collettivo. Qui il libro diventa anche un appello alla politica: non gestione tecnica dell’esistente, ma capacità di immaginare e costruire. La parola conclusiva è «speranza». Non una speranza ornamentale, buona per chiudere con una nota positiva. Una speranza esigente, quasi disciplinata. La speranza di chi non nega la realtà, ma la attraversa. Di chi riconosce la perdita, accetta “la scomodità del mondo”, che poi è anche il sottotitolo, e proprio per questo prova a rimettere in movimento la storia.
La fine della fine della storia ci riguarda perché parla del nostro disarmo mentale davanti a un tempo che non obbedisce più alle mappe con cui lo avevamo letto. Ricorda che nessuna comunità può vivere solo di paura, di dati e di difese passive. Chiede semmai una cultura capace di stare nell’incertezza senza esserne divorata. Serve una politica che non prometta il ritorno impossibile al mondo di ieri, ma renda di nuovo pensabile il domani. Non è un libro rassicurante. Ed è meglio così. I libri rassicuranti spesso servono solo a rinviare la presa d’atto. Questo invece ci costringe a una postura più scomoda e più onesta: ammettere che qualcosa è finito, senza concludere che tutto sia perduto. E qualcosa, insieme, può cominciare.
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