In Afghanistan la resistenza la fanno le donne. Andando a scuola
Lezioni clandestine o tra pari, corsi su piattaforme digitali, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Così, nonostante i divieti, migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza

Anno quinto dell’era dei sogni spezzati. Giovedì scorso, nel silenzio pressoché totale del mondo, il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ha celebrato solennemente l’avvio del nuovo anno scolastico. Il quinto consecutivo in cui le aule sono rimaste chiuse per le ragazze dopo il sesto anno delle elementari, l’ultimo. Vietate le medie, vietate le superiori, vietata l’università. Altre 400mila adolescenti giovedì scorso hanno trovato la scuola chiusa, nell’unico Paese al mondo che teorizza e attua l’apartheid di genere. «Avevo grandi progetti per il futuro. Volevo diventare dottoressa. Se tutto questo non fosse successo, oggi avrei dovuto iniziare l’ultimo anno delle superiori. Non accadrà. Anche i miei genitori avevano grandi aspettative su di me. Ora non c’è più speranza», ha detto Sonam, residente a Kabul, all’emittente afghana Amu Tv, che trasmette da Washington. Gli effetti di questa disumana esclusione, che non ha ragion d’essere se non in una deformata e violenta interpretazione del Corano, sono ben noti: aumento esponenziale dei casi di depressione e di suicidi tra le giovanissime, forte esposizione a matrimoni e gravidanze precoci. Non è solo una ferita inguaribile sui percorsi individuali di migliaia di ragazze, bensì una drammatica ipoteca sul futuro di un intero Paese. Ventidue milioni di persone, la metà della popolazione, è messa ai margini, vessata, esclusa, impossibilitata a contribuire alla crescita e allo sviluppo della società in cui vive.
Nel giorno dei sogni spezzati, viene da chiedersi a chi interessa davvero la sorte delle ragazze e delle donne afghane, che dall’agosto 2021, con la fuga precipitosa degli occidentali e il ritorno al potere dei taleban, sono state prese di mira da decine di editti e regolamenti che hanno distrutto ogni piccolo spazio di libertà. Occorre riconoscere, tuttavia, che in Afghanistan l’istruzione non è scomparsa, bensì si è trasformata, perfino rivoluzionata. Dal marzo 2022, quando le scuole medie e superiori femminili sono state “temporaneamente chiuse”, l’istruzione ha superato gli ordini vessatori dei taleban, i limiti fisici delle classi, perfino i confini del Paese. Se si crede che imparare “dalla culla alla tomba”, come lo stesso profeta Maometto prescrive, sia un’aspirazione e un’esigenza insopprimibile dell’essere umano, la dimostrazione è proprio in Afghanistan. È lì che ragazze stanno letteralmente ridefinendo l’istruzione, come scrive sul network di giornaliste afghane in esilio “Zan Times” la scienziata e attivista Amne Mehmood. Se da sempre l’istruzione si radica in un territorio e risponde alle regole di ciascun Paese, l’esperienza afghana sta cambiando le carte in tavola. Scuole clandestine, lezioni peer-to-peer (tra pari), corsi impartiti attraverso piattaforme digitali da ogni parte del mondo, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Centinaia di migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza in Afghanistan non solo come beneficiarie ma anche come educatrici e coordinatrici, sia clandestine all’interno del Paese sia nella diaspora in tutto il mondo. L’istruzione secondaria inferiore e superiore (tre anni ciascuna), proibita per le ragazze, è sostituita da piattaforme come Learn Afghanistan, Daricha Education, Future Learn, Victory Afghanistan, Sahar e tante altre iniziative nate all’estero o, più raramente, clandestinamente nel Paese. I corsi universitari hanno il loro surrogato in decine di programmi di formazione professionale, in particolare nell’Informatica, come ad esempio Code to Inspire o She Codes Foundation.
Altri programmi offerti dall’estero insistono sulle scienze, come Afghan Girls in Stem o Scholars in Stem. Ancora, esistono piattaforme che offrono webinar, forum academici e lezioni, attraversando confini immateriali per sostenere l’attività intellettuale delle donne nel Paese dei mille divieti. Impossibile censire le iniziative extrascolastiche diffuse in Afghanistan; ciò che conta però non sono i numeri ma la loro stessa esistenza. Le allieve combattono contro l’instabilità della connessione, i continui blackout di Internet, i costi dei device, l’obbligo di stare chiuse in casa, ma tutte insieme queste piattaforme formano un ecosistema parallelo di educazione che dà speranza a migliaia di giovani. Una rivoluzione “costretta” dagli assurdi divieti dei taleban, ma che paradossalmente potrebbe diventare, sostiene ancora la studiosa Amna Mehmood, un modello in tutte le situazioni in cui il sistema di istruzione formale collassa, a causa di guerre, calamità naturali indotte anche dal cambiamento climatico, esodi di popolazione. Le ragazze afghane dimostrano, pur nella terribile e disumana realtà in cui vivono, che la conoscenza e l’istruzione non iniziano e non finiscono con una autorizzazione o un divieto, ma hanno a che fare con il desiderio e con l’impegno. Se le scuole e le università sono chiuse, la conoscenza non scompare. Si muove, si adatta, si trasforma. Un modello che, in definitiva, va sotto un solo nome: resistenza.
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