I Giusti dello Sport alle Nazioni Unite: campioni di umanità

In occasione del Campionati del mondo di calcio, Gariwo ha presentato al Palazzo di Vetro una mostra sui protagonisti di grandi battaglie per i diritti umani
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June 19, 2026
I Giusti dello Sport alle Nazioni Unite: campioni di umanità
Un momento dell'inaugurazione della mostra “I Giusti nello Sport” promossa dalla Fondazione Gariwo e ospitata presso la sede delle Nazioni Unite di New York /Foto Gariwo
Cosa si può fare se il mondo va in una cattiva direzione? E se non si ha la possibilità di cambiarlo e ci si sente impotenti in una dittatura o in un Paese che commette crimini contro l’umanità, ma anche, in una situazione più confortevole, come può essere una democrazia che ha perso la sua anima? Alcuni grandi atleti ci hanno dato delle risposte e hanno deciso di usare lo sport come forma di resilienza e di salvaguardia delle relazioni umane. Pensiamo al grande ciclista Gino Bartali che durante il fascismo delle leggi razziali usò il telaio della sua bicicletta per nascondere dei documenti falsi che potevano salvare degli ebrei. O all’alpinista Castiglioni, il Messner degli anni Quaranta, che portò attraverso i valichi delle montagne dall’Italia alla Svizzera decine di perseguitati; ma anche a Jirí Háiek, il ministro degli Esteri della Primavera di Praga, che dopo l’invasione sovietica, con la sua passione sportiva, correva imperterrito per le strade mentre era pedinato dagli agenti stupefatti della polizia politica. Mi sono ispirato a loro quando, come Fondazione Gariwo, abbiamo lanciato l’idea dei “Giusti dello sport” per mostrare che anche i grandi campioni sportivi possono vincere non solo medaglie sul campo ma anche medaglie (della responsabilità) nella vita. E ogni persona che pratica un’attività sportiva amatoriale lo può fare in modi differenti. Con uno spirito di giustizia abbiamo cercato di raccontare le storie di sportivi campioni di umanità per mostrare non solo che lo sport non è un mondo a parte, ma che nel mondo diviso di oggi, dove troppo spesso vince la logica della guerra, dell’odio e della contrapposizione, l’attività sportiva, a tutti i livelli, può diventare occasione di una battaglia personale per preservare nella vita quei valori di inclusione, di amicizia e dialogo che sembrano oggi in discussione. Non solo nelle relazioni tra gli Stati, ma anche nella nostra quotidianità. Abbiamo volutamente presentato in questi giorni alle Nazioni Unite, in occasione del Campionati del mondo di calcio, una mostra sui Giusti dello sport che sono stati protagonisti di grandi battaglie sui diritti umani. Assieme alla Missione permanente italiana all’Onu e al dipartimento per la prevenzione del Genocidio, abbiamo invitato tutti gli Stati in una delle sale più prestigiose del Palazzo di Vetro (dove sono esposti due enormi quadri che mostrano la gioia della pace e la disperazione della guerra per il genere umano come antitesi estreme) a discutere due modi diversi di vedere lo sport. Avrei naturalmente desiderato che ci fosse anche la Nazionale italiana… ma il nostro Paese è in ogni caso riuscito a dare un messaggio alternativo sullo sport: abbiamo comunque vinto una partita ricordando, pur senza giocare, certi valori dimenticati.
Presentando tra le tante storie quella di Khalida Popal, la capitana della squadra afghana che si batté per il diritto delle donne a giocare a calcio, o del calciatore del Milan Ferdinando Valletti – che, invece, in un campo di concentramento giocava a calcio per poter fruire di qualche pezzo di pane in più da dividere con gli altri prigionieri; o, ancora, quella di Árpád Weisz, l’allenatore visionario dell’Inter e del Bologna che insegnò per primo l’etica di squadra e morì ad Auschwitz perché ebreo, abbiamo ricordato come lo sport nel mondo di oggi sia importante per fare argine all’odio e promuovere la pace e l’amicizia.
Primo, perché lo sport lo possono fare tutti e tutte: donne e uomini devono avere il diritto di praticare in modo libero lo sport, senza pregiudizi e discriminazioni. Secondo, perché lo sport lo si può fare solo assieme agli altri, perché si basa sempre su delle relazioni umane e per questo ci deve spronare a rispettare l’altro con cui si compete. Ogni volta che ci sono delle grandi competizioni internazionale lo sport ci insegna che tutti noi abbiamo una patria comune che supera tutte le appartenenze a nazionalità ed è la nostra comune umanità. Terzo, perché lo spirito olimpico che dovrebbe valere per ogni attività sportiva ci insegna che bisogna sospendere ogni guerra e ogni discriminazione per potere avere la migliore competizione. Era, questo, il messaggio greco che invitava a sospendere le guerre per rendere possibile l’arrivo di tutti gli atleti per le competizioni, senza discriminazioni per nessuno, amico o nemico che fosse. Speriamo, per questo, che ci sia finalmente una pace vera basata sulla giustizia, in Medio Oriente come tra Russia e l’Ucraina. Lo abbiamo fatto capire con una mostra che così è diventata un manifesto politico italiano alle Nazioni Unite.

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