Cos'è il Board of Peace e perché di fatto vuole sostituire l'Onu
L'idea lanciata da Trump continua a far discutere. Se le coalizioni "ad hoc" per stabilire nuovi equilibri geopolitici non sono una novità assoluta in politica internazionale, in questo caso siamo di fronte a un progetto inedito e dirompente, basato su un sovrano assoluto che decide chi e come cooptare

Le coalizioni ad hoc non sono certo una novità in politica internazionale. In epoca recente, al fine di dare una qualche legittimazione internazionale all’intervento angloamericano in Iraq nel 2003, fu creata una “coalizione dei volenterosi”, alla quale l’Italia di Berlusconi decise di partecipare. È di questi mesi il lancio di una coalizione dei volenterosi di altro tipo, per iniziativa anglo-francese, in vista dell’eventuale dispiegamento di una missione di monitoraggio del cessate il fuoco e di mantenimento della pace in Ucraina, le cui possibilità di realizzazione, allo stato attuale, sembrano davvero impervie.
Quando, in uno dei 20 punti del Piano Trump per Gaza, fu annunciata la creazione di un Board of Peace, un “Consiglio per la pace”, avallato poi da una controversa risoluzione del Consiglio di Sicurezza (la n. 2803 del 2025, adottata con l’astensione russa e cinese), l’aspettativa era che si trattasse di un’ulteriore versione, riveduta e corretta, del formato consueto di una coalizione dei volenterosi. Scopriamo ora che la realtà è ben diversa. Ci si trova di fronte a qualcosa di fondamentalmente inedito e potenzialmente letale per le stesse Nazioni Unite. D’altra parte, Trump disprezza profondamente l’Onu, come dimostra il suo discorso del settembre 2025 dinanzi all’Assemblea Generale, un vero e proprio atto di vilipendio, un’operazione di ridicolizzazione pubblica. Le Nazioni Unite per lui rappresentavano – disse – nulla di più di una scala mobile bloccata e di un teleprompter non funzionante, alludendo a due intoppi tecnici avvenuti durante la sua presenza nel Palazzo di Vetro. Tutto ciò che l’Onu è capace di fare – affermò Trump – è scrivere parole vuote, e – diversamene dallo stesso Presidente americano, mediatore di successo di conflitti insolubili, ingiustamente privato del premio Nobel per la pace – le parole vuote non risolvono le guerre.
Il Consiglio per la pace di Trump si presenta esplicitamente come «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, e a garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Non si tratta, dunque, solo di Gaza, ma di un organismo a vocazione globale, che dovrebbe favorire soluzioni di presunto «buon senso» (il mantra della politica Maga), discostandosi «da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito», e promuovendo «lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace».
Abbiamo più volte assistito, nel passato, a tentativi di delegittimazione delle Nazioni Unite con la retorica del cosiddetto “multilateralismo effettivo”, espressione usata solitamente dalle superpotenze quando le Nazioni Unite non ne vogliono sapere di avallare i loro obiettivi politico-strategici. Qui però siamo molto oltre. In sostanza, il Board trumpiano mira a rimpiazzare addirittura il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dovrebbe essere, in verità, l’unico “Board of Peace” riconosciuto da tutta la comunità internazionale.
È sintomatico che il Consiglio della pace si basi su un documento di 13 articoli, denominati pomposamente “Carta”, che non sono certo il risultato di una conferenza internazionale, come avvenne a Dumbarton Oaks nel 1944 per la prima bozza dello Statuto delle Nazioni Unite, ma uno schema prodotto a tavolino dai consiglieri di Trump secondo un modello aziendalistico e contrattuale.
È un consesso internazionale, inoltre, i cui membri sono scelti per cooptazione dal Presidente (lo stresso Trump) e possono essere mandati a casa in qualsiasi momento sempre dal medesimo, se non sostenuti dai due terzi dei voti del Board. Si può però acquistare un “seggio permanente” per la modica cifra di 1 miliardo di dollari durante il primo anno di esercizio. Niente Segretario Generale (usanza antiquata e burocratica), ma un Amministratore delegato (Chief executive). Il Presidente designa in piena autonomia il suo successore (senza elezioni), e lascia l’incarico (sembrerebbe illimitato) solo a seguito di dimissioni volontarie o per comprovata incapacità, stabilita con un voto unanime del Board.
Per decenni si è vanamente discettato di proposte di riforma delle Nazioni Unite, specie del Consiglio di Sicurezza. Niente paura: ci ha pensato Trump. Come avviene dopo i fallimenti aziendali, l’Onu diventa la bad company, il nuovo Consiglio della Pace la good company. Un organismo di questo tipo, che si pone chiaramente in alternativa, se non addirittura in opposizione al quadro multilaterale esistente, richiede una seria ponderazione politica sulle gravi conseguenze per la già precaria architettura delle istituzioni internazionali, per non parlare delle evidenti implicazioni costituzionali. Per i governi coinvolti, compresa l’Italia, aderirvi così com’è, come se fosse un adempimento di routine, sotto la pressione di Trump, senza pretendere – ammesso che sia possibile – sostanziali e profondi cambiamenti che lo rendano democratico e legittimo, oltre che assai più realistico e mirato nei fini, rappresenterebbe una grave leggerezza e una mossa molto rischiosa.
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