Come la Chiesa fa i santi

Il mestiere di “fare” i santi non si esaurisce nel riconoscerli per la loro esemplarità attraverso i rigorosi processi canonici, ma significa mettersi ogni giorno al servizio di quei segni della presenza di Dio di cui è costellato il fluire della normale vita quotidiana
January 23, 2026
Come la Chiesa fa i santi
Cerimonia di canonizzazione in Vaticano /Foto Siciliani
Non stanno più nel calendario: santi, beati, martiri, venerabili, servi di Dio e testimoni vari del Vangelo non smettono di crescere. Se ne “sfornano” sempre di nuovi, aggiungendo nomi su nomi a elenchi già lunghissimi. Il ritmo non diminuisce, la serie sembra infinita e, forse, le voci critiche potrebbero avanzare l’ipotesi che questo sia l’unico “mestiere” della Chiesa. E in effetti hanno ragione, perché è proprio vero: “fare i santi” è di sicuro il lavoro principale non solo delle strutture centrali, ma di tutta la Chiesa. Anzi, questa è proprio la sua ragion d’essere, la sua missione principale, lo scopo fondamentale di ogni sua articolazione. Eppure, in realtà, i santi la Chiesa non li fa con un decreto, non li crea con una bolla e non li produce con un rito liturgico, non li istituisce tramite complicati procedimenti di palazzo. Perché tutte queste cose sono l’espressione più evidente, pubblica e celebrativa – ma non sostanziale – di un movimento che nasce da lontano, che innerva nazioni, città, strade, vicoli, case, che prende la forma di relazioni e gesti, parole e scelte. Così la comunità cristiana tutta genera santi quando accompagna nel mondo donne e uomini che si piegano sulle ferite dell’umanità intera nel nome di quel Dio che hanno conosciuto proprio in mezzo ai credenti. Perché crescendo in mezzo ai “seguaci di Cristo” hanno incontrato un amore più grande, l’Infinito che ha deciso di camminare accanto a noi, soprattutto a quelli di noi che fanno più fatica, che soffrono, che vivono ai margini.
La Chiesa “fa santi” organizzandosi per essere spazio fecondo offerto alla crescita di vocazioni come quella di Nerino Cobianchi, da ieri venerabile (ovvero indicato come esempio di una vita cristiana vissuta in maniera eroica in tutte le sue virtù): proprio nella Chiesa questo impiegato di banca lombardo ha colto il mandato a farsi carico dei poveri non solo di casa sua, ma anche di quelli che vivono agli antipodi, sentendoli come sorelle e fratelli. E mentre lui operava, s’impegnava, trasformava il suo rapporto con Dio in un segno concreto di speranza, lì la Chiesa stava “facendo” un santo. Perché la santità non è mai una questione di eroicità personale: al contrario, è sempre un frutto della vita comunitaria, è un cuore che batte assieme a quello di tutti i credenti, anche quelli che non ci sono più e vivono nell’abbraccio dell’eterno. Ed ecco perché il martirio di un testimone della fede come Augusto Rafael Ramirez Monasterio, guatemalteco che sarà beato, diventa un bene per tutti: nel suo sangue versato la Chiesa ascolta il grido del mondo ferito dalle logiche di predominio e di prevaricazione che opprimono i poveri.
È così, quindi, raccogliendo le briciole di un’umanità spezzata dalle intemperie della storia, che si fanno i santi. E quando i responsabili e i pastori spingono avanti apostole e apostoli dell’educazione e dell’assistenza ai malati perché diano riparo, amicizia, conforto e futuro ai giovani disagiati o alle ragazze o a chi fa esperienza della caducità della vita e della fragilità di questo nostro corpo, è lì che si fanno i santi. Testimoni come la nuova beata Maria Ignazia Isacchi o le venerabili Crocifissa Militerni, Maria Giselda Villela, Maria Tecla Antonia Relucenti sono voci profetiche le cui parole nascono dal Vangelo vissuto da generazioni e generazioni di credenti. La Chiesa “fa i santi” lasciandosi anche stupire e, alle volte, trascinare, da testimoni così: incarnati nel loro tempo, ma abitati dall’Infinito, dall’amore di Dio. Alla loro scuola impara l’intera società, soprattutto quando indicano la strada per coltivare la dignità umana, come fece la venerabile Relucenti mettendosi in ascolto delle aspirazioni delle donne e offrendo loro una possibilità autentica di realizzarle.
E allora, infine, ecco perché il mestiere di “fare” i santi per la Chiesa non si esaurisce nel riconoscerli per la loro esemplarità attraverso i rigorosi processi canonici, ma significa mettersi ogni giorno al servizio di quei segni della presenza di Dio di cui è costellato il fluire della normale vita quotidiana. Segni che forse non arriveranno mai al vaglio delle autorità, non entreranno mai nel calendario liturgico, non avranno mai schiere di devoti in tutto il mondo, ma che sorreggono la santità di tante persone con cui condividiamo il cammino su questa terra e che ci fanno respirare il profumo della vita vera. Sono i tanti “santi della porta accanto”: ognuno di noi ha il proprio personale elenco, spesso composto da nomi che non ti aspetti, magari anche quello di un impiegato di banca, o quello di una nonna fragile, di un’amica solare, di un bambino sorridente, di un vicino premuroso, di un collega gentile, di una madre o di un padre accoglienti. A conservare questi nomi, tutti quanti, senza perderne nemmeno uno, è il cuore stesso di Dio.

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