Alibi e responsabilità: la prova dell’Europa sui confini
Le frontiere, le migrazioni e una critica (costruttiva) alla traccia dell'esame di Maturità dedicata a Frank Furedi

Le parole pronunciate da papa Leone XIV nei suoi recenti viaggi in Africa e in Spagna indicano una direzione esigente. Dal 13 al 23 aprile il Pontefice ha visitato Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale; dal 6 al 12 giugno si è recato in Spagna, concludendo il viaggio nelle Canarie, dove il tema migratorio è emerso con particolare forza. A Tenerife, incontrando le realtà di integrazione dei migranti, Leone XIV ha ricordato che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra, ma abitano nello sguardo, nella paura e nell’indifferenza. È dentro questa cornice morale che va letta anche la questione degli aiuti allo sviluppo: la cooperazione tra i popoli non può essere subordinata alla logica dei muri, dei respingimenti e dei centri di rimpatrio lontani dallo sguardo dell’opinione pubblica.
In questa prospettiva, il voto del Parlamento europeo del 16 giugno sulla relazione A10-0147/2026, dedicata al rafforzamento della cooperazione allo sviluppo per affrontare i movimenti irregolari di popolazione e le loro cause profonde nei Paesi partner, rappresenta un passaggio politico rilevante. Il testo è stato approvato con 344 voti favorevoli, 237 contrari e 66 astensioni. Dal provvedimento sono state escluse le forme più esplicite di condizionalità migratoria, così come l’idea di trasformare i Paesi terzi nel retrobottega delle frontiere europee: luoghi chiamati a contenere ciò che l’Unione non vuole vedere né gestire sul proprio territorio.
La cooperazione internazionale nasce per ridurre le disuguaglianze, rafforzare scuola e sanità, promuovere lavoro dignitoso, diritti delle donne, adattamento climatico, sicurezza alimentare e Stato di diritto. Usarla come pressione verso comunità fragili significherebbe rovesciarne il senso, trasformando la solidarietà in leva negoziale e la povertà in terreno di ricatto politico. Le migrazioni non si governano esternalizzando responsabilità, ma costruendo canali legali e sicuri, contrastando reti criminali, tratta e sfruttamento, sostenendo comunità locali e società civile.
Da qui nasce anche una critica costruttiva alla traccia di maturità dedicata a Frank Furedi e a I confini contano . La proposta era stimolante, perché invitava gli studenti a riflettere su un tema decisivo: il bisogno umano di limiti, responsabilità, passaggi generazionali, maturità. Tuttavia, proprio mentre l’Europa discute di frontiere, rimpatri e cooperazione allo sviluppo, quella traccia rischiava di restare troppo interna a una lettura culturale e individuale del “confine”. Sarebbe stato utile chiedere agli studenti di distinguere con maggiore chiarezza tra i limiti che educano e proteggono e i confini che escludono, respingono o rendono invisibili le persone. Un esame di Stato dovrebbe aiutare a problematizzare, non solo a confermare: il confine può essere responsabilità, ma può anche diventare alibi; può custodire una comunità, ma può anche scaricare altrove la sua paura.
Il quadro europeo resta accidentato. Il regolamento sui rimpatri approvato il 17 giugno sembra muoversi in direzione opposta: più detenzione, maggiori automatismi, più spazio all’esternalizzazione delle espulsioni e ai cosiddetti return hubs in Paesi terzi. La contraddizione è evidente. Da un lato, l’Unione afferma che gli aiuti devono restare ancorati alla lotta contro la povertà, allo sviluppo sostenibile e ai diritti umani. Dall’altro, rischia di usare i rapporti con i Paesi partner come strumenti di contenimento, deterrenza e rimozione del problema.
Saranno i prossimi passaggi sul bilancio europeo e su Global Europe, lo strumento finanziario della politica esterna e di cooperazione per il periodo 2028-2034, a chiarire quale idea di Europa prevarrà. Difendere gli aiuti allo sviluppo significa affermare che la sicurezza non nasce dalla chiusura dei confini, ma dalla giustizia sociale, dalla dignità delle persone e dalla capacità di costruire futuro nei luoghi da cui molti sono costretti a partire. Nessun muro e nessun centro lontano dagli occhi potrà sostituire il cuore della politica: prevenire le disuguaglianze, proteggere la vita umana e custodire la responsabilità comune verso chi è costretto a mettersi in cammino.
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