A Palermo sono un problema i bambini che giocano in oratorio
Dopo che una parrocchia è stata condannata a risarcire un condominio per disturbo della quiete serve una riflessione. Perché se ragazzini che si divertono danno fastidio, allora stiamo tendendo drasticamente all’autodistruzione

Avrei voluto io un oratorio sotto casa, davvero! Avrei voluto crescere con il rumore dei palloni che rimbalzano nel pomeriggio, con le voci che si accavallano, con le risate un po’ sguaiate di ragazzi che stanno imparando – a volte senza saperlo – a diventare grandi. Avrei voluto che sotto le mie finestre ci fosse stato un luogo così, con questa bella “musica”: imperfetto, rumoroso, vivo, di futuro e di speranza. La recente notizia dell’oratorio di Palermo condannato a risarcire con una cospicua cifra il vicino condominio mi ha rattristato molto e lasciato perplesso. In una società in cui tanti giovani sono perduti, chiusi in una stanza con un device acceso, intrappolati nel mondo dei social, dei like e delle solitudini digitali, l’oratorio resta uno degli ultimi spazi reali dove si cresce insieme, dove si imparano il limite, la relazione, la fatica dello stare con gli altri. È un presidio educativo, prima ancora che religioso; è una casa aperta quando troppe porte restano chiuse, come quelle di tanti condomini senza il senso del vicinato e con molto senso del litigare, spesso uniti solo quando si tratta di questioni economiche come in questo caso. E allora mi chiedo: il problema sono il vociare, la musica e i palloni? In una città come Palermo – e così tante altre – i rumori e le grida di cui dovremmo lamentarci sono ben altri. Ci sono silenzi che fanno molto più male, come quelli delle periferie abbandonate, delle scuole che perdono studenti, delle famiglie lasciate sole, dei vicini di casa anziani isolati. Ci sono rumori più inquietanti di un pallone contro un muro, quali quelli della violenza, della devianza minorile, delle sirene che arrivano sempre troppo tardi. Siamo una società che sta invecchiando dentro e fuori, che sopporta a malapena sé stessa e gli altri; una società stanca, nervosa, che tollera poco ciò che non controlla e che non produce immediato benessere personale. Siamo in una società disturbata dai bambini, dai ragazzi, dai giovani che giocano, cantano, pregano, si divertono con equilibrio! Cioè, stiamo tendendo drasticamente all’autodistruzione per involuzione. Parliamo continuamente di emergenza educativa, di dispersione scolastica, di giovani a rischio e poi ce la prendiamo con gli oratori, con i luoghi che, nel concreto, provano a tenere insieme i pezzi e darci ossigeno vitale. In questa vicenda colpisce anche quanta poca lungimiranza, quanto amor proprio sterile, quanta incapacità di capire cosa conta davvero per il presente e per il futuro da parte di alcuni adulti che pare abbiano dimenticato cosa voglia dire essere piccoli.
In questi anni l’oratorio non è rimasto fermo, anzi ha provato a limitare il fastidio, a regolare gli orari, a ridurre il vociare, a venire incontro alle richieste; non indifferenza ma tentativi di mediazione, di responsabilità, di ricerca del bene comune. Che cosa resta davvero a questo condominio di cui si dice che gli appartamenti abbiano perso valore per la vendita (già perché il vero problema – diciamocelo – è sempre il denaro)? Finestre nuove, rimborsate, che al contrario hanno valorizzato gli appartamenti, migliorando l’isolamento termico, la classe energetica, riducendo la dispersione di calore. Altro che danno, un investimento tale da ringraziare l’oratorio! Chissà come è stata celebrata questa “vittoria” all’interno. Con soddisfazione? Con sollievo? Con la sensazione di aver difeso un diritto? Per me che sono cresciuto in un oratorio un po’ distante dal nostro appartamento in condominio, “disturbato” da ben altri costanti rumori fastidiosi, per me che ho vissuto quegli spazi da animatore e da educatore, per me che ho visto ragazzi salvati – sì, salvati – grazie a quei palloni, a quel vociare, a quella presenza adulta discreta ma fedele, non c’è nulla da festeggiare! E ho visto tanto altro, come quel “vicino di casa” dell’oratorio – un giovane gravemente malato e allettato – a cui i non molti anni della sua vita sono stati allietati da tutto ciò che proveniva dai cortili in festa e che lui poteva solo ascoltare e ogni tanto vedere dal balcone che appositamente teneva aperto per sentirsi partecipe e in compagnia. E come non ricordare un signore che, trasferitosi di fronte all’ingresso, inizialmente infastidito, ne è diventato un benefattore quando ha visto che i nipoti passavano tanto tempo con lui, rimasto vedovo, proprio perché frequentavano l’oratorio ed erano felici di scorrazzarvi e che lui li potesse guardare da casa. Infine – lo dico con tutto il rispetto dovuto alle sentenze – qui non c’è stata vera giustizia. C’è stata una decisione legale, certo, ma la giustizia che guarda al futuro, ai più fragili, alla comunità, quella – temo – sia rimasta fuori dalle finestre antirumore.
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