Formazione continua, otto italiani su dieci la considerano utile per sostenere la carriera professionale

Investire in corsi costa in media circa 1.350 euro. Il 25% ha già pagato un po’ per volta, il 48% lo avrebbe fatto se ne avesse avuta la possibilità
April 24, 2026
Formazione continua, otto italiani su dieci la considerano utile per sostenere  la carriera professionale
Cresce la formazione continua anche in Italia
La formazione professionale cambia pelle, trasformandosi in un processo invisibile, continuo e cruciale per lo sviluppo e la crescita personale e aziendale. In un mercato sempre più complesso e dinamico, dove le hard skill diventano obsolete in meno di 24 mesi, la capacità di disimparare e imparare di nuovo rappresenta l’unico vero vantaggio competitivo, capace di fare la differenza. È questo lo scenario che emerge dall’analisi di Efi-Ecosistema Formazione Italia, che fotografa un anno di profonda transizione che non possiamo più ignorare. «Il 2026 – spiega Kevin Giorgis, presidente di Efi – segna il definitivo superamento della formazione intesa come semplice adempimento o capitolo di spesa residuo. Siamo di fronte a un nuovo mondo: la formazione deve diventare un’infrastruttura abilitante, leggibile e misurabile nei risultati. La vera sfida per l'Italia non è solo adottare l'intelligenza artificiale, ma garantire che il capitale umano non resti indietro. Senza una cultura del cambiamento e in assenza di percorsi di reskilling efficaci, le tecnologie più avanzate rischiano di restare scatole vuote. Come Ecosistema Formazione Italia, sentiamo la responsabilità di guidare le imprese in questa transizione, trasformando il timore dell'obsolescenza in un'opportunità di crescita sostenibile, con un enorme vantaggio per tutti. La riforma rende evidente come la formazione continua non sia più soltanto uno strumento di aggiornamento professionale, ma un’infrastruttura economica strategica per lo sviluppo del Sistema Paese».  
In effetti aggiornare le proprie competenze professionali non è più un'opzione: per otto italiani su dieci investire nella formazione anche in età adulta migliora concretamente la propria condizione lavorativa, sia sul piano economico sia su quello della soddisfazione personale. Un impegno che mediamente costa 1.350 euro. E quando la spesa diventa rilevante, la richiesta di credito fa la differenza: quasi sette italiani su dieci la considerano uno strumento utile per sostenere le spese formative e uno su quattro lo ha già usato per sostenere i costi di formazione. È quanto emerge da HeyLight Focus On – Formazione, osservatorio a cura della piattaforma di Buy Now Pay Later di Compass Banca sul valore della formazione continua, le modalità di accesso ai percorsi e il ruolo crescente degli strumenti di pagamento flessibili.
La formazione continua non riguarda più soltanto chi studia o chi si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro: accompagna sempre più spesso anche l'età adulta. Il 76% degli italiani ritiene che la scuola dell'obbligo e l'Università non preparino adeguatamente i giovani, mentre il 70% attribuisce alla formazione individuale un valore di crescita e riscatto personale. Un tema ormai trasversale: in due famiglie su tre è presente almeno una persona che sta seguendo un corso, vorrebbe iniziarne uno o sostiene economicamente la formazione di un figlio o un familiare. E le scelte degli italiani lo confermano: il 22% degli intervistati (soprattutto Millennials e lavoratori autonomi) ha seguito negli ultimi 12 mesi o sta seguendo un corso a pagamento, mentre un italiano su tre, prevalentemente Gen X e lavoratori dipendenti, si dichiara propenso a farlo nei prossimi 12 mesi. Oltre alla formazione personale occorre considerare che quasi il 40% ha già investito nella formazione di un figlio o di un familiare, segno che la formazione viene percepita come un bene condiviso.
Ma cosa cercano concretamente gli italiani in un percorso formativo? Flessibilità e spendibilità, prima di tutto: le caratteristiche più richieste sono la possibilità di seguire il corso da remoto (39%), l'ottenimento di una certificazione finale (37%) e la spendibilità delle competenze sul mercato del lavoro (37%). Le modalità on line e ibride risultano le più apprezzate, con una preferenza per durate contenute (il 66% predilige corsi entro i tre mesi) anche se oltre un terzo ha investito, o è disposto a seguire percorsi strutturati di almeno sei mesi. Quanto ai contenuti, guidano la classifica le lingue straniere e l'area informatica, programmazione e intelligenza artificiale, seguite da marketing e comunicazione, materie umanistiche e business administration.
La spesa media per un corso scelto personalmente si attesta a 1.356 euro, che salgono a 1.530 euro quando l'investimento riguarda figli o familiari, target principale dei viaggi studio all’estero. Il pagamento in un'unica soluzione resta la modalità prevalente, ma la dilazione è già un’opzione diffusa: viene scelta nel 25% dei casi per la formazione personale e nel 33% quando la spesa è sostenuta per un familiare. Un segnale che anticipa il ruolo crescente dei pagamenti flessibili nel settore: quasi sette italiani su dieci li considerano utili per sostenere i costi della formazione, una quota che sale al 77% tra chi vorrebbe iniziare un corso e al 79% tra chi ha già investito nella formazione di figli o familiari.
Tra chi è già coinvolto in percorsi formativi o sta valutando di intraprenderne uno, circa la metà dichiara che utilizzerebbe il credito per sostenere il costo, mentre quattro su dieci affermano che, potendo contare su questa modalità, aumenterebbero il budget destinato alla formazione - con punte del 43% tra chi ha già seguito un corso, del 42% tra chi ha investito per un familiare e del 35% tra chi vorrebbe iniziarne uno. La flessibilità nei pagamenti, insomma, oltre a facilitare l'accesso amplia le opportunità e la qualità delle scelte formative.
«I dati ci restituiscono una fotografia dinamica delle famiglie italiane, che in due casi su tre investono nella formazione di almeno un membro della famiglia con un ricorso a forme di pagamento rateali che raggiunge il 25% – commenta Luca Lambertini, direttore HeyLight, Compass Banca -. L’evidenza che una persona su due avrebbe voluto pagare a rate, se ne avesse avuto la possibilità, consente agli operatori del mercato l’acquisizione di nuovi clienti e supporta la fidelizzazione. HeyLight offre dunque, a tutti gli enti e le scuole di formazione che lo adottano, un notevole vantaggio competitivo in termini di abilitatore della scelta nel momento in cui le famiglie decidono di iscriversi a un corso».
Il ruolo delle Università  telematiche
Le Università telematiche stanno assumendo un ruolo di primo piano nel sistema formativo nazionale, lo dimostrano i dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Università telematiche realizzato da AteneiOnline – servizio di orientamento e immatricolazione alle Università Online riconosciute dal MUR. Il numero totale di iscritti ad atenei digitali risulta infatti raddoppiato negli ultimi cinque anni, e più che quintuplicato negli ultimi dieci. Per le lauree conseguibili sia in modalità tradizionale che in modalità telematica, più di uno studente su cinque sceglie l’online (21,8%).
«I dati raccolti testimoniano un cambiamento strutturale nell’approccio degli studenti all’offerta formativa universitaria - dichiara Matteo Monari, fondatore di AteneiOnline -. Come avviene da anni nel resto d’Europa, anche nel nostro Paese intraprendere un percorso accademico interamente on line non è più l’eccezione, ma una scelta largamente condivisa e riconosciuta. Gli Atenei digitali sono oggi una valida opzione per ogni tipologia di studente - dal neodiplomato a chi cerca percorsi formativi in un’ottica di crescita personale o professionale».
Negli ultimi anni le Università telematiche hanno conosciuto un’espansione senza precedenti, passando dai 140mila iscritti dell’anno accademico 2019/2020 agli oltre 300mila del 2024/2025. La composizione anagrafica conferma la diffusione del modello telematico in ogni fascia della popolazione studentesca: nell’ultimo anno accademico, tra gli studenti iscritti a un'Università telematica tramite il servizio AteneiOnline, un terzo è under 25, un terzo ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni e un terzo ha un’età maggiore.
Sul fronte di genere, nell’anno accademico 2020/2021 gli uomini rappresentavano ancora la maggioranza, con il 54,8% degli iscritti, contro il 45,2% di donne. Da allora, la tendenza si è progressivamente invertita: le studentesse hanno continuato a crescere fino a raggiungere la maggioranza (52,9%) - come accade da tempo nelle Università di tipo tradizionale.
L’offerta formativa delle Università telematiche risulta in costante crescita (40 nuovi percorsi di laurea avviati negli ultimi 5 anni) e caratterizzata da una copertura disciplinare equiparabile a quella delle Università di tipo tradizionale, ad eccezione solamente di alcuni percorsi non accreditabili per legge.
In questo ampio contesto, tra i percorsi di studio per i quali sempre più studenti preferiscono la modalità online, spiccano Scienze Motorie, con uno studente su due frequentante un corso online, Scienze della Formazione, che raggiunge il 43% e Psicologia (36,7%).
L’incidenza delle Università telematiche aumenta ulteriormente in maniera trasversale alle aree disciplinari osservando il numero dei laureati. Negli ultimi anni, il numero di laureati delle Università telematiche è infatti cresciuto in modo significativo, passando dall’11,9% del totale nazionale nel 2020 al 24,3% del 2024 (dati riferiti ai corsi di laurea disponibili in entrambe le modalità).
Nel 2024/2025, in particolare, oltre la metà dei laureati in Scienze Motorie (59,2%) ha conseguito il titolo in un ateneo telematico, seguiti da Scienze della Formazione (44,8%), Scienze della Nutrizione (42,4%) e Giurisprudenza (40,1%). Percentuali significative anche in Lettere (38%) e Psicologia (29,8%).
L’incidenza minore di laureati alle telematiche si registra invece per Comunicazione (10,2%)  e Lingue (9,7%), per le quali gli studenti sembrano prediligere le attività in presenza.
Dal punto di vista della durata del percorso accademico, gli studenti delle Università telematiche concludono tipicamente il percorso di studi con maggiore puntualità rispetto a chi studia nelle Università statali.
La percentuale di laureati in corso delle Università telematiche raggiunge infatti l’80,9%, un dato nettamente superiore rispetto agli atenei tradizionali (54,7%).
Tra i dati più evidenti quelli di Giurisprudenza, dove il tasso di laureati in corso delle Università online (83%) è quasi il doppio rispetto a quello delle Università tradizionali (43%); non a caso si tratta di uno uno dei corsi di studio più lunghi e più scelti da chi già lavora, dove conciliare con successo studio ed esigenze personali necessita quindi di una maggiore flessibilità. 
Se per le Università statali la percentuale di occupati a un anno dalla laurea è del 74,4%, nel caso delle telematiche sale addirittura al 77,4%, chiaro segnale dell’assenza di pregiudizi verso i laureati “digitali” nella selezione del personale. 
Nello specifico, i corsi online che a un anno dalla laurea registrano i maggiori tassi di occupazione sono Economia (91,4%), Scienze Motorie (81,7%) e Ingegneria Gestionale (79,6%), seguiti da Giurisprudenza (74,1%) e Psicologia (74,6%).
Infine, un dato da non sottovalutare è la soddisfazione degli studenti: nel 2024, 9 laureati su 10 (89,8%) si sono dichiarati soddisfatti del proprio corso di studi - un dato anche in questo caso pienamente in linea a quello delle Università tradizionali (89,9%).
La formazione finanziata
La formazione finanziata italiana entra in una fase di trasformazione strutturale. Con il decreto direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026, che introduce le nuove Linee Guida per il funzionamento dei Fondi interprofessionali, il ministero del Lavoro interviene su uno dei principali strumenti di politica attiva del Paese, modificando non solo regole operative e governance, ma anche gli equilibri competitivi di un comparto economico che sostiene ogni anno la formazione continua di milioni di lavoratori. Dopo un vuoto normativo sostanzialmente invariato dal 2009, il provvedimento rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto: le nuove disposizioni ridefiniscono infatti quello che qualcuno ha definito un “quasi mercato”, che comporta concorrenza di fatto, e le modalità di funzionamento dei Fondi, introducendo un sistema più regolato e standardizzato. Le Linee Guida adottate dal ministero disciplinano in modo organico attivazione, funzionamento e vigilanza dei Fondi interprofessionali, sostituendo il precedente quadro regolatorio e rafforzando il presidio pubblico su autorizzazione, monitoraggio e controllo. Il nuovo impianto introduce: verifiche periodiche e controlli quinquennali sull’operatività dei Fondi; obbligo di piani triennali di sostenibilità economico-organizzativa; requisiti infrastrutturali e digitali più avanzati; certificazioni obbligatorie in ambito qualità, sicurezza informatica e anticorruzione; maggiore trasparenza contabile e limiti definiti alle spese di funzionamento.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare affidabilità e accountability del sistema, ma l’impatto va oltre la dimensione amministrativa, incidendo direttamente sulla struttura di quello che è stato identificato come un comparto economico delle competenze, del quale i Fondi sono tra i player più importanti, e di cui fanno parte anche Stato, Regioni, enti pubblici e privati che erogano formazione, professionisti ordinistici e non, imprese e cittadini utenti, occupati e non. Tra le novità più rilevanti emerge l’apertura alla gestione di risorse integrative e complementari, anche di origine privata, oltre al tradizionale contributo dello 0,30% Inps. Una misura che amplia il potenziale di investimento sulla formazione e apre nuovi scenari di sviluppo per enti e imprese.
Parallelamente, però, la riforma introduce standard tecnici e organizzativi più stringenti che aumentano i costi di conformità per Fondi ed enti attuatori. La digitalizzazione dei processi diventa requisito strutturale: interoperabilità con i sistemi ministeriali, tracciabilità delle attività formative e obbligo di gestione elettronica delle presenze trasformano la capacità tecnologica in condizione essenziale di accesso al mercato. Il risultato è un sistema potenzialmente più solido ma anche più selettivo, dove la capacità organizzativa e tecnologica diventa fattore competitivo determinante.
Il decreto reintroduce una logica pre-2009 per le imprese non aderenti a nessun fondo perché la scelta del fondo deve essere comunicata entro ottobre per diventare efficace dall’anno successivo, mentre dovrebbe rimanere invariata la possibilità per le imprese già aderenti di spostarsi ad altro fondo in qualsiasi momento dell’anno. A questo si aggiunge l’introduzione di un massimale di restituzione sui Cfa-Conti formativi aziendali, misura destinata a incidere soprattutto sulle grandi imprese e sulle pubbliche amministrazioni, che utilizzano prevalentemente questo strumento e che potrebbero vedere ridursi le risorse disponibili per la formazione.
Le nuove Linee Guida collocano inoltre i Fondi interprofessionali in modo sempre più esplicito all’interno dell’architettura delle politiche attive del lavoro, ampliandone funzioni e responsabilità anche in relazione alla certificazione e tracciabilità delle competenze. Questo passaggio segna un cambiamento culturale: la formazione finanziata non viene più considerata esclusivamente uno strumento di aggiornamento professionale, ma una leva strutturale di gestione delle transizioni occupazionali, della riqualificazione e delle trasformazioni produttive. L’intervento normativo ha aperto un confronto tra operatori e studiosi del lavoro sul punto di equilibrio tra regolazione pubblica e autonomia delle relazioni industriali. Secondo diverse analisi, l’ampliamento delle funzioni attribuite ai Fondi si accompagna a un rafforzamento significativo della vigilanza ministeriale, con il rischio di comprimere la flessibilità operativa originariamente prevista dal modello. La sfida diventa quindi costruire un sistema capace di garantire trasparenza e controllo senza ridurre la capacità dei Fondi di rispondere rapidamente ai fabbisogni reali di imprese e lavoratori.
 «Il decreto introduce un sistema di regole più strutturato e vincolante, destinato a incidere non solo sugli aspetti amministrativi ma anche sugli equilibri del “quasi mercato” e sulla concorrenza tra Fondi - sottolinea Giovanni Galvan, esperto di politiche attive del lavoro -. Si apre una fase di transizione in cui sarà determinante comprendere come le nuove disposizioni verranno applicate operativamente e quale impatto avranno su imprese ed enti di formazione»
In un contesto segnato da transizione digitale, diffusione dell’intelligenza artificiale e ridefinizione dei fabbisogni professionali, la formazione finanziata torna così al centro delle politiche industriali e del lavoro, configurandosi sempre più come infrastruttura strategica per la competitività del sistema produttivo.
Formazione nelle micro-imprese
La formazione continua nelle micro-imprese e negli studi professionali è tornata al centro del dibattito nazionale in occasione del convegno Formazione nelle micro-imprese: una sfida di sistema, promosso da Fondoprofessioni - che coinvolge oltre 766mila imprese e 1,7 milioni di lavoratori - e svoltosi presso l’Auditorium del Museo Macro di Roma. 
Analizzando i dati del nostro Paese emerge una vera e propria linea di frattura. Infatti, la partecipazione al training nelle quattro settimane precedenti l’intervista cresce notevolmente all’aumentare della dimensione aziendale: si passa dall’1,9% nelle imprese con un solo dipendente al 13,1% nelle grandi aziende con oltre 250 addetti. «Questi dati rappresentano un elemento particolarmente critico in un Paese, come l’Italia, caratterizzato da una forte prevalenza di micro e piccole imprese - dichiara Maria Pia Nucera, presidente di Fondoprofessioni -. Quasi il 70% degli iscritti al nostro Fondo è composto da attività professionali e aziende con massimo tre dipendenti, alle quali consentiamo di accedere a percorsi formativi finanziati orientati all’innovazione e allo sviluppo di competenze strategiche, facendo la differenza in un comparto in cui la formazione è indispensabile per rimanere competitivi e votato sempre di più alla specializzazione».
Fondoprofessioni negli ultimi anni ha premuto l’acceleratore sul finanziamento della formazione collegata alle transizioni in atto. Confrontando il 2025 con il 2019, l’area tematica "Innovazione e digitalizzazione" ha segnato un incremento di corsi finanziati del 494,9%. Nel 2025 l’ambito della digitalizzazione, dell’innovazione e dell’utilizzo dei software/gestionali ha riguardato il 26,7% dell’offerta di corsi finanziati da Fondoprofessioni nell’ambito dei bandi. «Il nostro Fondo si conferma un attore centrale nel processo di accompagnamento degli studi professionali e delle aziende verso lo sviluppo di competenze digitali in linea con le nuove sfide poste dal mercato», ha dichiarato Rosetta Raso, vicepresidente di Fondoprofessioni.
Per leggere le necessità formative dei diversi settori del comparto professionale sono state realizzate due indagini, una rivolta ai datori di lavoro e una ai dipendenti, che hanno raccolto complessivamente circa 11mila risposte. La questione della compatibilità tra formazione e lavoro risulta centrale negli studi professionali, come in generale nelle micro-imprese. Emerge una preferenza per percorsi formativi di breve durata: circa la metà dei lavoratori (46,0%) dichiara infatti di essere più incline a partecipare a corsi della durata compresa tra 1 e 4 ore, mentre il 28,7% preferirebbe attività formative tra 5-8 ore. La propensione alla partecipazione diminuisce progressivamente all’aumentare del monte ore. Questi dati suggeriscono di dedicare spazio e attenzione crescenti a una formazione flessibile e al micro-learning, realizzando percorsi circoscritti alle esigenze e brevi. 
 
 
 
 
 
 

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