Il diritto di stare offline: la Gen Z rivendica il confine tra vita e lavoro
Secondo il 9° Rapporto Eudaimon-Censis il 57,7% dei giovani ritiene fondamentale il diritto alla disconnessione, ma in Italia ancora manca una legge adeguata

Durante la pandemia la tecnologia ha portato il lavoro tra le mura di casa, salvando l’attività di migliaia di imprese. Oggi, da un lato permette forme di impiego più agili, dall’altro costringe i lavoratori a una connessione continua. Le notifiche, infatti, non si possono chiudere dietro a una porta. E così, il confine tra ufficio e vita privata si sta facendo sempre più sfumato, fino quasi a scomparire.
Non è un problema solo italiano: uno studio di Eurofound condotto in Belgio, Francia, Italia e Spagna, mostra che oltre l’80% dei lavoratori riceve regolarmente comunicazioni di lavoro fuori dall’orario contrattuale durante la settimana. Per quanto riguarda le conseguenze di questa pratica sulla salute mentale, il nono Rapporto Eudaimon-Censis è chiaro: essere costantemente reperibili causa ansia e disagio a quasi un lavoratore su due.
Tuttavia, c’è una generazione che più di tutte sta guidando un cambiamento profondo nella cultura del lavoro: la Gen Z. Qualcuno li definisce “svogliati”, ma quello che chiedono è una ridefinizione del lavoro. Non come attività centrale della propria esistenza, ma come strumento per poter condurre una vita al di fuori di esso. In questo cambio di paradigma, la netta separazione tra ufficio e tempo libero diventa cruciale. E il tempo da poter dedicare a coltivare le relazioni umane e gli interessi personali, non negoziabile.
Sempre secondo il Rapporto, il 57,7% dei giovani italiani ritiene fondamentale poter esercitare il diritto alla disconnessione. Queste richieste orientano le stesse scelte di impiego. E infatti, per migliorare l’attrattività verso i giovani e la competitività non sono poche le aziende che hanno iniziato a mettere il benessere al centro, anche offrendo forme di lavoro come la settimana corta di quattro giorni.
Ma proprio come per la settimana corta, ancora in Italia non esiste una legge che regoli il diritto alla disconnessione per tutti i lavoratori dipendenti. Nell’ordinamento, l’unico riferimento è la Legge 81/2017 sul lavoro agile, che nell’articolo 19 al comma 1 stabilisce l’obbligo di includere negli accordi individuali di smart working le modalità di disconnessione del lavoratore dagli strumenti tecnologici.
Si tratta di una legge che ha un grande limite: esclude tutti i lavoratori che non operano in smart working, nonostante anche loro possono essere reperibili al di fuori dell’orario di lavoro.
Anche a livello europeo manca ancora una direttiva specifica sul diritto alla disconnessione. Il 21 gennaio 2021 il Parlamento ha invitato la Commissione a elaborare una normativa fondata su tre principi essenziali: primo, i datori di lavoro non dovrebbero richiedere ai dipendenti di essere reperibili al di fuori dell’orario di lavoro e anche i colleghi dovrebbero astenersi dal contattarsi per ragioni professionali fuori servizio; secondo, gli Stati membri dovrebbero garantire che chi esercita il diritto alla disconnessione sia protetto da ritorsioni o conseguenze negative, prevedendo inoltre meccanismi efficaci per gestire reclami e violazioni; terzo, le attività di apprendimento e formazione professionale a distanza dovrebbero essere considerate tempo di lavoro e non svolgersi durante straordinari o giorni di riposo senza un adeguato compenso. Questa normativa, tuttavia, è ancora in fase di attuazione.
Intanto, qualche Stato si è mosso in autonomia. La Francia è stata la prima: nel 2017 ha introdotto questo diritto nel Codice del Lavoro, prevedendo l’obbligo per le aziende con almeno 50 dipendenti di negoziare con i sindacati le modalità di disconnessione. Lo stesso è successo nel 2018 in Spagna, nel 2022 in Belgio e nel 2021 in Portogallo, che oggi costituisce uno dei modelli di tutela più avanzati. La legge portoghese, infatti, non si limita a riconoscere al lavoratore il diritto a disconnettersi, ma attribuisce una responsabilità concreta anche al datore di lavoro, che non dovrebbe nemmeno sollecitare contatti al di fuori dell’orario di lavoro.
Ma affinché una legge sia davvero efficace, è necessario che il cambiamento a livello normativo proceda di pari passo con un’evoluzione culturale. E in questo senso, le istanze della Gen Z stanno contribuendo a consolidare una coscienza collettiva che potrebbe fare sì che, alle generazioni successive, questo diritto non venga più messo in discussione.
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