Karl Barth, un teologo protestante al Concilio

Motivi di salute impedirono
al pensatore di Basilea di accogliere l’invito del cardinale Bea. Così potè venire a Roma solo nel 1966, quando incontrò Paolo VI.
«Se c’è mai stato un Concilio
di riforma», scrisse, «è stato questo». Il documento più promettente? La “Dei Verbum”
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August 23, 2026
Karl Barth, un teologo protestante al Concilio
Il teologo protestante svizzero Karl Barth 1886-1968
Nel suo studio a Basilea il grande teologo protestante Karl Barth lavorava ogni giorno sotto lo sguardo di un dito. Non era una metafora. Era l’enorme indice di Giovanni Battista, proteso verso il Crocifisso nella celebre pala d’altare di Isenheim del pittore Matthias Grünewald. Barth diceva che tutta la Chiesa avrebbe dovuto imparare da quel dito: non parlare di sé, ma indicare agli uomini Cristo. Amava quell’immagine perché vi riconosceva il compito della teologia e, prima ancora, della Chiesa. Non attirare l’attenzione su di sé. Non occupare il centro della scena. Indicare un Altro. «Bisogna che egli cresca e io diminuisca» ( Gv 3,30). Forse è anche per questo che il giudizio più sorprendente sul Concilio Vaticano II non venne da un padre conciliare né da un teologo cattolico, ma proprio da lui, il più autorevole teologo protestante del Novecento. Dopo la sua visita a Roma, nel 1966, Barth scrisse parole che nessuno si sarebbe aspettato: «Se c’è mai stato un Concilio di riforma, è stato questo». Non era un complimento di circostanza. Barth non diventò cattolico. Neppure fu sfiorato dall’idea di diventarlo e non smise di criticare ciò che continuava a giudicare incompatibile con la Riforma. Anzi, dopo la visita a Roma amava ripetere, con l’ironia che lo contraddistingueva, di essere tornato a Basilea «ancora più accanitamente evangelico». Ma gli bastò vedere il Vangelo tornare al centro della vita della Chiesa per intuire che, nella Basilica di San Pietro, qualcosa era realmente cambiato. Proprio perché esterno, seppe forse cogliere con particolare lucidità ciò che molti cattolici, immersi negli entusiasmi o nelle paure del momento, ancora faticavano a vedere. Per capire il motivo occorre immaginare la scena. Il vecchio professore svizzero arrivò a Roma un anno dopo la conclusione del Concilio. Il cardinale Agostino Bea lo aveva invitato come osservatore in assemblea già nel 1963, ma le condizioni di salute e i molti impegni accademici glielo avevano impedito. Barth, comunque, non era un pellegrino. Era un osservatore. Voleva vedere con i propri occhi se dietro l’entusiasmo suscitato dall’assise convocata da Giovanni XXIII ci fosse davvero qualcosa di nuovo oppure soltanto un sapiente esercizio di diplomazia ecclesiastica. La risposta lo sorprese. Barth ebbe l’impressione che nella Chiesa cattolica fosse iniziato un processo autentico. Lento, certamente. Contraddittorio. Ma reale. Più che le decisioni prese, lo colpì il fatto che la Chiesa cattolica avesse ricominciato a interrogarsi, lasciandosi provocare dal Vangelo prima che dalle proprie abitudini. Per questo scrisse una frase che conserva ancora oggi tutta la sua freschezza: aveva visto una Chiesa «mossa secondo un movimento dalle conseguenze imprevedibili, lento ma sicuramente autentico e irreversibile».
Naturalmente non tutto lo convinse. La Dei Verbum gli apparve il documento più promettente dell’intero Concilio, perché restituiva centralità alla Parola di Dio e alla Sacra Scrittura. Ma, da buon protestante, Barth riteneva che il secondo capitolo, dedicato al rapporto tra Bibbia, Tradizione e Magistero, attenuasse quella limpidezza iniziale. È il suo dissenso più noto. E tuttavia non gli impedì di riconoscere che il Vaticano II aveva rimesso il Vangelo al centro della vita ecclesiale. E questo gli bastò per parlare di un autentico Concilio di riforma. In realtà, la domanda più impegnativa Barth la rivolse ai protestanti: che cosa accadrebbe se fosse proprio Roma a precederci sulla strada del rinnovamento evangelico? Se la Chiesa cattolica, senza cessare di essere cattolica, mostrasse una disponibilità alla riforma maggiore della nostra? Era una provocazione destinata a lasciare interdetti i suoi, specie quando – dopo aver incontrato Paolo VI in udienza – sostenne: «Il papa non è l’anticristo!». Per Barth, infatti, l’ecumenismo non nasceva dalle trattative né dai tavoli diplomatici. Nasceva dalla conversione. Le Chiese si avvicinano non quando negoziano compromessi, ma quando ciascuna si lascia giudicare dalla Parola di Dio. Per questo diffidava dei professionisti dell’ecumenismo e continuò a ripetere che l’unità non è un prodotto umano, ma un dono dello Spirito. Forse è proprio questa l’eredità più attuale del grande teologo di Basilea. Negli anni successivi al Concilio molti hanno cercato di arruolarlo nelle proprie file. I progressisti hanno valorizzato il suo entusiasmo per l’aggiornamento. I tradizionalisti hanno sottolineato le sue riserve verso alcuni sviluppi postconciliari. In realtà Barth sfugge a entrambe le letture. Non è né un tifoso né un censore del Vaticano II. È un fratello separato che guarda la Chiesa cattolica con simpatia, libertà e severità evangelica. Tanto da essere fatto sedere al congresso teologico celebrato un anno dopo il Vaticano II su una poltrona al livello dei cardinali, ma – ricordò con humor – gli mancava solamente lo zucchetto… per essere loro pari!  Karl Barth ha il merito di ricordare ai cattolici che un Concilio non vive delle celebrazioni anniversarie, ma della sua capacità di rimettere continuamente Cristo al centro della Chiesa. E sollecita i protestanti a riconoscere che nessuna Riforma può vivere soltanto della memoria del XVI secolo. Ogni Chiesa, se vuole restare fedele al Vangelo, deve accettare di essere, ogni giorno, una Chiesa in cammino, una ecclesia semper reformanda.

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