Il gesuita che durante il Concilio Vaticano II trasformò il dialogo in metodo ecclesiale
Alla scoperta di Augustin Bea, il cardinale tedesco che dal Sant'Uffizio divenne il pioniere del confronto. L'incontro decisivo con Roncalli e quelle intuizioni decisive dopo una vita di studi

Continua la serie de “I volti del Concilio”, ritratti di personaggi che in vario modo hanno dato forma alla riforma del Vaticano II. Tutta la serie, firmata dal teologo milanese Marco Vergottini, si trova nel sito web di Avvenire.it all’indirizzo: tinyurl.com/tvku4us6.
Davvero gli uomini possono a cambiare a ottant’anni? Eppure il Vaticano II sembra aver compiuto proprio questo miracolo. Augustin Bea, gesuita tedesco, confessore di Pio XII, consultore del Sant’Uffizio, rettore del Pontificio Istituto Biblico, appariva il meno indicato a guidare una stagione di aperture. Quando Giovanni XXIII lo nominò presidente del neonato Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, più di uno rimase sorpreso. Come poteva un uomo di Curia diventare il protagonista dell’ecumenismo cattolico? Lo storico belga Jan Grootaers parlò di un vero e proprio “enigma Bea”. Una definizione felice, anche se oggi sappiamo che quell’enigma nascondeva soprattutto lunghi “anni di pazienza”.
L’incontro decisivo fra i coetanei (classe 1881) Roncalli e Bea avvenne all’inizio del 1960. I due si conoscevano appena. Eppure bastò un lungo colloquio perché tra loro nascesse una fiducia fuori dal comune. Bea uscì dalla biblioteca privata del Papa con il volto raggiante e si limitò a dire: «Ci siamo capiti perfettamente». Anche Giovanni XXIII annotò nel proprio diario che quella conversazione era stata «particolarmente piacevole», quasi familiare. Da quel momento vide nel gesuita non soltanto un collaboratore, ma uno degli uomini a cui affidare le intuizioni più delicate del Concilio.
In realtà, Bea non era affatto un rivoluzionario dell’ultima ora. Per decenni aveva preparato in silenzio ciò che il Vaticano II avrebbe finalmente prodotto. Biblista di fama internazionale, con la sua autorevolezza aveva protetto al rinnovamento degli studi sulla Sacra Scrittura e favorito – con prudenza e tenacia – il metodo storico-critico, convinto che la ricerca scientifica non fosse nemica della fede. Alla fine del 1962, mentre nell’aula conciliare infuriava la battaglia sullo schema "De fontibus Revelationis", distribuì personalmente ai Padri conciliari un opuscolo sulla storicità dei Vangeli, nel tentativo di offrire criteri rigorosi e aperti per affrontare il dibattito. Era il gesto di uno studioso che preferiva convincere con gli argomenti piuttosto che vincere con gli slogan.
Un piccolo episodio racconta il suo carattere. Da giovane docente aveva dedicato un articolo rispettoso al grande esegeta protestante Julius Wellhausen. I superiori gesuiti gli rimproverarono le parole di eccessivo apprezzamento per un autore non cattolico. Bea rispose candidamente: «Aspettate il secondo articolo». C’era già tutto il suo stile: prudenza, ironia, fiducia nella verità non gridata.
Il vero laboratorio del suo lavoro non fu però l’Aula di San Pietro, bensì il Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani, istituito da Giovanni XXIII nel giugno 1960. Sulla carta sembrava un organismo quasi marginale, nato per mantenere i contatti con ortodossi, protestanti e anglicani e per organizzare la presenza, fino allora impensabile, degli osservatori non cattolici al Concilio. Bea ne intuì invece le enormi potenzialità. Trasformò quel modesto ufficio in un’officina teologica, nella quale il dialogo non era più semplice cortesia diplomatica, ma diventava metodo ecclesiale. Da quelle stanze presero forma alcuni dei testi più innovativi del Vaticano II: il decreto sull’ecumenismo "Unitatis redintegratio", la dichiarazione "Nostra aetate" sui rapporti con le religioni non cristiane, la "Dignitatis humanae" sulla libertà religiosa e un contributo decisivo alla "Dei Verbum".
Più ancora dei documenti, il Segretariato svolse una preziosa funzione di cuscinetto. Mentre nell’aula si confrontavano posizioni spesso molto distanti, il gruppo guidato da Bea teneva aperto il dialogo con gli osservatori delle altre Chiese, raccoglieva suggerimenti, scioglieva incomprensioni e cercava pazientemente punti di incontro. Prima ancora che un ufficio, divenne un ponte.
La vicenda di "Nostra aetate" resta forse la pagina più significativa. Nato dall’incontro fra Giovanni XXIII e lo storico ebreo Jules Isaac, il progetto passò nelle mani del cardinale tedesco, che lo difese con una tenacia sorprendente contro resistenze teologiche, timori diplomatici e pressioni politiche. Da uomo nato in Germania e testimone degli anni della persecuzione antiebraica, Bea comprese che il Concilio non poteva limitarsi a deplorare l’antisemitismo: occorreva riconoscere il patrimonio spirituale comune fra cristiani ed ebrei e spezzare definitivamente la plurisecolare tradizione dell’«insegnamento del disprezzo».
Chi lo ascoltava in aula non ricordava gesti plateali né discorsi infuocati. Bea parlava un latino limpido, rispondeva alle obiezioni con calma quasi disarmante e preferiva persuadere piuttosto che prevalere. La sua autorevolezza nasceva meno dal potere che dalla credibilità personale. Forse fu proprio questo il suo contributo più originale: dimostrare che la tradizione non è una diga contro il futuro, ma il luogo da cui il futuro può nascere.
Che dire infine sull’«enigma Bea»? Gli studi più recenti – soprattutto la fondamentale ricerca di Saretta Marotta – hanno mostrato che quell’enigma era meno misterioso di quanto apparisse. Augustin Bea non cambiò improvvisamente durante il Vaticano II. Per quasi tutta la vita aveva semplicemente atteso il tempo giusto. Il Concilio gli offrì finalmente la possibilità di dire pubblicamente ciò che aveva maturato nel silenzio. A volte la storia della Chiesa non procede grazie agli uomini impazienti, ma grazie a chi sa attendere senza smettere di preparare il domani.
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