Francesco, la prigione, i lebbrosi (e una luce sulle pene sostitutive)

Il santo di Assisi, prigioniero di guerra, trascorse un anno in carcere. Un'esperienza dura. Ma il vero cambiamento fu propiziato in lui dall'incontro con i lebbrosi. Ancora oggi l'incontro con i piccoli e i poveri può aiutare il cammino di rieducazione delle persone detenute
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August 21, 2026
Anche Francesco fece l’esperienza dura del carcere: catturato assieme a molti suoi concittadini dopo la sconfitta che Perugia inflisse ad Assisi nella battaglia di Collestrada, fu infatti condotto in prigione nella città rivale. L’autore della Leggenda dei tre compagni afferma che qui, essendo egli signorile di maniere, fu rinchiuso in compagnia di alcuni cavalieri; in realtà, a indirizzare i perugini nella loro scelta furono piuttosto l’armatura indossata dal giovane e la posizione da lui occupata durante il combattimento (molto probabilmente tra la milizia a cavallo). D’altronde, per armare un miles con tutto l’occorrente e dargli una cavalcatura bisognava spendere un vero patrimonio e la famiglia che poteva permetterselo era quindi in grado anche di pagare un adeguato riscatto per riavere indietro il proprio congiunto.
La Leggenda dei tre compagni mira a mostrare come, persino in quella situazione di grave disagio, Francesco mantenne un comportamento signorile: dette, anzitutto, prova di carattere in una situazione che facilmente può indurre alla depressione. In prigione, lo scorrere del tempo appare in effetti tragicamente lento e lo stato di angoscia cresce in misura direttamente proporzionale alle incognite sul futuro, tanto più che i prigionieri poco o nulla potevano sapere sulle trattative in corso, così da aumentare le loro apprensioni. In quella condizione era giocoforza abbandonarsi alla tristezza. Fu allora che la personalità di Francesco – «allegro e gioviale per natura» – fece la differenza, come dimostra la sua capacità di mantenersi ilare quando i compagni di detenzione «erano rattristati», al punto che uno di essi giunse a ritenerlo addirittura pazzo.
«Dopo un anno, conclusa la pace tra Perugia e Assisi, Francesco ritornò ad Assisi insieme con i compagni di prigionia»: la Leggenda dei tre compagni è l’unica fonte a darci questo riferimento temporale, che cioè la prigionia di Francesco durò un anno; un periodo non troppo lungo, quindi, ma sufficiente a fargli sperimentare le durezze della vita, durezze che, fino a quel momento, il giovane non aveva ancora conosciuto. Pagato il riscatto, egli tornò a casa: si era, molto probabilmente, intorno alla metà del 1204.
Questo episodio spinge anche a riflettere su quello che dovrebbe essere il ruolo e la funzione del periodo di detenzione, mirante anzitutto a ricostruire la persona del detenuto, a favorire in lui un vero cambio di paradigma. Il condizionale, in realtà, è d’obbligo, perché le condizioni del nostro sistema carcerario non facilitano affatto il raggiungimento di un simile obiettivo.
Perché non favorire, allora, pene alternative soprattutto per chi è colpito da una prima condanna? Il cambiamento di Francesco fu propiziato dal suo incontro con i lebbrosi: ancora molti, oggi, cambiano vita stando a contatto con situazioni di fragilità, vivendo in comunità dove possono sperimentare relazioni autentiche, dove sono aiutati a raccontare e a raccontarsi. L’incontro con piccoli e poveri è spesso più efficace di punizioni e condanne! Perché non provare?

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