Rozan e i "Rifugiati in rifugio". Così in montagna si fanno scambi di pace

La ricercatrice palestinese racconta la sua storia e la paura degli amici rimasti a Gaza. De Vittor, ideatrice del progetto dell’Università Cattolica: «Promuoviamo una maggior conoscenza delle migrazioni»
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July 24, 2026
Rozan e i "Rifugiati in rifugio". Così in montagna si fanno scambi di pace
Ci sono momenti che non si possono dimenticare. Quel giorno di fine gennaio del 2024 resterà per sempre scolpito nella memoria di Rozan. Non ne ricorda la data esatta, ma nella sua mente è rimasta ogni minima sensazione che provò in quelle ore drammatiche. Lei, 27 anni all’epoca, era chiamata alla scelta più difficile di una vita senza pace: lasciare la sua Gaza e i suoi genitori, rimasti senza più niente o quasi dopo che, un mese prima, una bomba aveva distrutto la loro casa di Khan Yunis, nella zona Sud della Striscia. Dopo aver scritto più volte all’Ambasciata italiana di Gerusalemme, infatti, finalmente ottenne il permesso di andar via. Solo lei, senza i genitori. «Ero in preda al panico e non sapevo quale decisione prendere. Chiamai una delle mie sorelle, che era già all’estero, per chiederle un consiglio. Mi disse: “Vai via tu intanto, che poi sarà più semplice farti raggiungere da mamma e papà”. E così feci».
Uscita da Gaza, Rozan Alfarra, studentessa palestinese, raggiunse il Piemonte e si stabilì a Torino dove iniziò a studiare e a lavorare collaborando con un centro di formazione per il coordinamento di corsi in lingua araba e inglese. Dopo qualche mese, ad aprile, anche i suoi genitori riuscirono a lasciare la città della Striscia e, dopo un passaggio in Italia, hanno raggiunto l’altra figlia in Belgio. Rozan adesso è ricercatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo all’Università di Torino e oggi racconterà la sua storia ad altri studenti che si raduneranno al Rifugio Settimo Alpini sulle Dolomiti bellunesi. Sarà il primo appuntamento della rassegna “Rifugiati in rifugio” dedicata al diritto dell’immigrazione promossa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Rozan Al-Farra, studentessa palestinese arrivata da Gaza nel 2024
Rozan Al-Farra, studentessa palestinese arrivata da Gaza nel 2024
L’iniziativa è nata dall’idea che la montagna possa essere il luogo ideale per riflettere sui confini e sui significati molteplici che essi evocano, come la protezione e la solidarietà. Come nella passata edizione, persone rifugiate, studiosi del diritto e uomini e donne di montagna offriranno agli escursionisti che li avranno raggiunti prospettive diverse sul tema, lasciandosi ispirare dalla bellezza della natura in alta quota e dall’aria pura e fresca. «Racconterò le storie dei miei parenti e amici che sono ancora a Gaza – anticipa Rozan al telefono –. Sono in contatto in particolare con mia cugina, che sogna di vedere il verde, le piante, gli alberi e invece mi dice che a Gaza è tutto grigio e si vive perennemente nella paura, con la speranza quotidiana di sopravvivere in qualche modo». Paura e fame. «Non escono mai se non per recuperare qualcosa da mangiare – riferisce Rozan – anche se il cibo è raro e costosissimo e gli aiuti umanitari non riescono a coprire tutte le zone».
La testimonianza della studentessa palestinese si inserisce in una giornata densa in cui si discuterà del rapporto tra conflitti armati, migrazioni e responsabilità politiche ed economiche. Ci sarà anche un confronto sul finanziamento dell’industria bellica, sull’export di armi italiane e sul ruolo delle politiche europee di controllo delle frontiere, con gli interventi di studiosi ed esperti del settore.
Inserita tra le attività di Terza Missione dell’Università Cattolica, quest’anno la rassegna, oltre a rinnovarsi nelle testimonianze e nei contenuti, si amplia con un appuntamento invernale e rafforza il proprio carattere interdisciplinare. «“Rifugiati in rifugio” si propone di creare momenti di dialogo e incontro tra esperienze solo apparentemente distanti, al fine di promuovere una conoscenza dei fenomeni migratori (in particolare sotto l’aspetto dell’asilo e della protezione) e delle norme che li regolano; il tutto rifuggendo semplificazioni e pregiudizi – sottolinea Francesca De Vittor, docente di Diritto internazionale e Diritti dell’uomo dell’Università Cattolica, ideatrice del progetto e moderatrice degli incontri –. Tra gli obiettivi c’è quello di coinvolgere sulle problematiche dell’immigrazione persone non necessariamente già sensibili al tema. Lo scambio vuole essere reciproco e offrire l’occasione per diffondere la conoscenza e la cultura della montagna, facendone fare esperienza a persone di cittadinanza straniera che altrimenti non ne avrebbero l’occasione».
Il percorso continua poi durante l’estate e fino all’inverno. Il 5 settembre al Rifugio Grauzaria di Moggio Udinese si rifletterà sulle difficoltà che incontrano le donne sia quando decidono di scalare una montagna, sia quando intraprendono un percorso migratorio. Terza tappa a Oulx per parlare delle violazioni dei diritti umani alla frontiera tra Italia e Francia. Infine, quest’inverno, ci si sposterà sulla neve, probabilmente al Rifugio Jervis e in una data ancora da definire per parlare dei soccorsi, in mare come in montagna. «Ricordiamoci che le persone migranti non scelgono la via pericolosa del mare, sono costrette a farlo per fuggire da persecuzioni e torture – ragiona De Vittor –. Chi invece va in montagna lo fa per scelta e divertimento, ed è il principale responsabile della propria sicurezza. Proporremo un atelier sulla prevenzione delle valanghe, perché sapere quando rinunciare può salvare la propria vita, quella di chi ci sta vicino e quella dei soccorritori».

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