Perché con i chatbot rischiamo di ripetere gli errori fatti con i social?

Per il pedagogista informatico Francesco Agrusti servono regole, educazione digitale e maggiore consapevolezza dei rischi
Google preferred source
October 15, 2026
Perché con i chatbot rischiamo di ripetere gli errori fatti con i social?
Chatbot conversation Ai Artificial Intelligence technology online customer service.Digital chatbot, robot application, OpenAI generate. Futuristic technology.Virtual assistant on internet.

«Si torna a casa e lo smartphone si mette da una parte. La notte non sta sopra il comodino, a portata di mano. A cena nessuno utilizza il telefono. Ma dobbiamo essere in grado di farlo per primi noi genitori – avverte il pedagogista informatico Francesco Agrusti –. Perché altrimenti i figli ci dicono “se tu stai sul telefono, perché non ci posso stare anch'io”?». Dopo quasi 15 anni di utilizzo e numerosi cambiamenti nei loro meccanismi di funzionamento, non esistono ancora regole codificate e norme condivise sull’accesso e l’utilizzo dei social media da parte degli adolescenti. Su quanto bene e quanto male facciano le piattaforme social si discute ovunque e in modo polarizzato: per ogni studio che collega i social media a danni sulla salute mentale, ne segue un altro che ne dimostra l’assenza di un impatto misurabile. Questa controversia – anche a livello di studi scientifici – ha probabilmente rallentato i progressi verso politiche in grado di fornire indicazioni chiare e tutele per i bambini e per le famiglie.
E ora sembra che questo scenario di mancato controllo si possa ripetere anche per l’accesso e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale tra i minorenni. Secondo un’indagine americana, curata dall’organizzazione non governativa “Common sense media”, sette adolescenti su dieci hanno riferito di aver utilizzato almeno una volta i chatbot conversazionali di intelligenza artificiale non solo per chiedere informazioni specifiche, ma per discutere in modo continuativo, con questi strumenti, sostituendoli ad amici, genitori, professori. Questi dati mostrano quanto finora «abbiamo sottovalutato i problemi dell’intelligenza artificiale, forse la storia (quella del non controllo dei social media, ndr) si sta ripetendo», ha spiegato il pedagogista informatico Agrusti, che insegna Pedagogia sperimentale e Media education all’Università di Roma Tre. Le carte dei processi americani, nei quali sono stati coinvolti big tech come Meta e Google, ci hanno dimostrato solo oggi che le piattaforme social sono state costruite dieci anni fa in modo da creare una sorta di dipendenza (“addictive design”), tenendoci incollati allo schermo il più possibile e guadagnando sul nostro tempo e sulla nostra attenzione attraverso profitti pubblicitari. Meta, casa madre di Instagram e Facebook, a marzo è stata accusata con i suoi algoritmi di aver causato danni alla salute mentale di una giovane donna e ha perso la prima causa a Los Angeles, in California. Da lì il cambio di strategia, con il Ceo Mark Zuckerberg che si è premurato nell’altro processo, a fine agosto, di non arrivare a un altro verdetto della giuria: patteggiamento di 18 miliardi di dollari e nessuna ammissione di colpa o responsabilità. Non arrivare a sentenza per Meta ha significato interrompere una battaglia legale che avrebbe potuto cambiare il nostro modo di stare sui social network.
Secondo il pedagogista informatico la strada da percorrere non è, però, quella dei divieti, perché questo significherebbe «scaricare sui genitori il compito di controllare che i propri figli non accedano a questi sistemi». Invece, Agrusti è convinto che ci si debba «concentrare sul capire le finalità di questi strumenti, le età appropriate e sicuramente valutare il processo e non solo l’utilizzo definitivo». Un ragionamento analogo si può applicare anche all’utilizzo dei chatbot conversazionali: il professor Agrusti ha messo in luce alcune differenze tra i meccanismi psicologici che ci portano a essere mesmerizzati, risucchiati dentro i social e dentro alle conversazioni con i chatbot IA. «Il doomscrolling, quell’andare avanti all’infinito come se i video non finissero mai su qualsiasi social media verticale o orizzontale, ci restituisce una scarica dopaminergica immediata, una gratificazione istantanea, come quando si mangia un pezzettino di cioccolata. La sycophancy, invece, è una sorta di adulazione da parte dell’intelligenza artificiale nei confronti dell’utente». Tutto quello che viene scritto nei chatbot conversazionali viene riutilizzato da un lato per addestrare il modello successivo e dall’altro per «fidelizzare i clienti» che trovano conferme alle proprie bolle di informazioni sia sui social sia nei chatbot di IA: «Si finisce per convincersi di cose che, in realtà, già volevamo fossero vere», rinunciando così a un arricchimento o a una messa in discussione delle proprie convinzioni. Secondo Agrusti si finisce per credere di non essere più in grado di prendere una decisione importante, anche emotiva, se non passando per l’intelligenza artificiale così come ci si sente incapaci di interrompere lo scrolling sui social media e cercare altre fonti di informazione, che siano credibili e di qualità, fuori dal flusso di Instagram. L’alfabetizzazione digitale, a prescindere dall’età anagrafica, è fondamentale e deve concentrarsi su principi etici e logiche di funzionamento dell’IA: serve a scuola, tra i banchi per studenti e insegnanti, così come in azienda:«Instillare consapevolezza nell’utilizzo di queste tecnologie però non significa derogare alla trasparenza e alla responsabilità delle big tech» ha aggiunto ancora il pedagogista informatico. «Fare educazione stradale significa mettere dei limiti di velocità, così da evitare che le persone che vadano troppo veloci in autostrada. Al tempo stesso le case automobilistiche devono fare la loro parte: dotare i veicoli di airbag e garantire la sicurezza dei mezzi che producono». Secondo il professor Agrusti questa metafora è valida anche per i social media e i chatbot di intelligenza artificiale: «l’onere della responsabilità e della verifica di questi sistemi, che facciano bene o male» resta alle big tech, «a loro dobbiamo chiedere di perseguire il loro obiettivo entro determinati canoni etici, evitando la corsa all'innovazione e quella per accaparrarsi l’utente, senza curarsi della sua salute mentale e del suo benessere digitale».


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire