Ho detto alla mia amica malata che le sono vicina. Con questa foto
Un Crocifisso senza braccia e una parete di sassi servono a ricordarci le nostre fragilità. Lei è sola e quando le spedisco l'immagine della mia piccola chiesa voglio farle sapere che ci sono, nel suo Getsemani. Mi risponde: «Sono a casa. Prego con te»

Invio la fotografia della cappella dove prego ogni giorno. Nessuna parola, niente, solo un’immagine. Lei lo sa, lei capirà: la mia amica è ammalata e io ho bisogno di dirle che le sono accanto. Sì, sento che è più un bisogno mio che suo; la immagino nel suo Getsemani, tra alberi a forma di flebo. La immagino tra i medici e gli infermieri, la immagino sola, e questo mi fa molto male. Così voglio farle sapere che ci sono. Che sono un discepolo che proverà a resistere sveglio durante il suo corpo a corpo per la vita.
Voglio solo dirle che proverò anche stamattina a pregare, a portarla, come si dice, nelle mie preghiere. Ma oggi voglio dirglielo in silenzio. Così, niente parole: quelle saranno affidate ai Salmi; solo l’immagine del luogo dove io metto radici, dove spero di stare anche quando la vita mi chiama altrove, luogo che anche lei conosce. Una parete di vecchi sassi, uno sfondo rude e sconnesso, appigli: pregare è anche questo, sulla parete scoscesa della vita trovare spazio per restare in equilibrio tra il baratro e l’Eterno. Un Crocifisso, però, sta. Saldo. È di legno, dono di carissimi amici. Un Cristo senza braccia. Un Dio mutilato. Forse le braccia sono andate perdute, forse sono state bruciate. Resta la verticalità di quel legno, così assoluta.
Non oso pensare, come suggerisce l’antica preghiera, che io possa essere le Sue mani. Anch’io, invece, mi sento impotente. Affidato. Questo mi sussurra la preghiera. Deposto nel Padre, nelle sue mani. Mando questo Cristo alla mia amica, voglio che arrivi al luogo del suo dolore. Perché io ho paura. Paura che tutto questo sia per lei una croce troppo pesante da portare, paura che si stanchi. E ho paura anche per me. Di perderla. Forse pregare in tempo di malattia non è altro che questo intreccio di cuori impauriti, affidati al Risorto che continuamente sussurra di non aver timore. Pregare è come stare nello stesso nido.
Le mando la fotografia della mia piccola chiesa, il luogo più caldo della mia casa, il cuore pulsante di tutto. Tra le pietre della chiesina è nascosta una reliquia di san Francesco, dono di una carissima amica suora. Dalla fotografia non si vede. Spero che la mia amica possa sentire ugualmente vicino a sé il santo di Assisi, il suo abbraccio. Nel dramma della minorità assoluta spero possa sentirsi protetta dall’ombra del saio. Che possa chiamare fratello anche questo tempo. Perfetta letizia è essere nelle mani dell’Altissimo, anche e soprattutto ora. Io non posso dirlo con le mie parole. Pregare per chi è malato chiede un sacro pudore. Non posso battezzare provvidenziale il dolore: sarebbe blasfemo.
Provvidenziale può essere la prossimità di Dio anche nel dramma, ma solo chi soffre può arrivare a testimoniarlo. E poi una Bibbia aperta e un mazzo di lavanda, profumo di antiche sapienze. Pregare per i malati è anche questo. Inserirsi in una storia di alleanze che non hanno paura di sfidare il dolore, in nome della divina promessa. Infine, dalla mia piccola chiesa, tanti segni che richiamano l’Eucarestia. Ho bisogno che lei veda: il pane, la manna, il corpo di Cristo. Ho bisogno di credere che presto torneremo a spezzare il pane insieme. Ne ho bisogno io. Per questo le mando la fotografia. E che sia io ad averne bisogno lo capisco quando lei mi risponde.
Non mi dice «grazie», non mi dice «ne avevo bisogno»; invece mi scrive: «Sono a casa». Io comprendo che significa che è stata dimessa, ma so anche che le parole dicono sempre di più. Mi domando se non mi stia dicendo anche questo: che pregare è trovare una casa da abitare insieme. Perché poi aggiunge: «Prego con te». E io mi blocco. Non me lo aspettavo. Come se lo avesse percepito. Ne avevo bisogno io, di lei. Pregare per i malati è pregare con i malati, scegliere di abitare la fragilità insieme. Forse, in questo momento storico in cui la notizia della malattia del nostro Papa ci ha colto di sorpresa stiamo imparando non solo a pregare “per” lui ma “con” lui. Per un attimo penso che mi piacerebbe inviare anche a lui la foto della mia piccola chiesa. Invece sorrido. Prego. Siamo a casa.
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