Vittime del terrorismo. «Mio padre ucciso in Nigeria. Ma per la burocrazia non esiste»


Vincenzo R. Spagnolo sabato 9 maggio 2015
«È una situazione assurda. Da un lato c’è una parte dello Stato italiano che prova ad aiutarci nella tragedia che stiamo vivendo e dall’altro c’è la burocrazia che persegue le proprie norme, senza far caso alle evidenze...». Laura Trevisan è da poco maggiorenne e studia a Bucarest, dove risiede insieme alla madre. È figlia della seconda moglie dell’ingegnere veneto Silvano Trevisan (la cui precedente consorte risiede invece in Sardegna insieme a un’altra figlia), rapito nel febbraio 2013 in Nigeria con altri colleghi da Ansaru, legata a Boko Haram, e poi ucciso. Da quel momento, Laura sta conducendo una battaglia burocratico-legale, assistita dall’Aiviter, per far riconoscere a un’articolazione dello Stato italiano, il sistema pensionistico, ciò che altre articolazioni hanno finora accertato: «Inspiegabilmente – spiega via Skype dalla Romania –, due anni dopo il suo rapimento e la sua uccisione in Nigeria da parte di estremisti, mio padre non è ancora formalmente considerato una vittima del terrorismo... ». Come ha appreso della morte di suo padre? Brutalmente, dalla televisione. Il 9 marzo 2013 ero a casa con mia madre, a Bucarest, dove abitiamo. Tre settimane prima, il 17 febbraio, mio padre era stato sequestrato in Nigeria da un’organizzazione terroristica. Da allora non avevamo avuto notizie. Stavamo guardando Rai Uno quando iniziò il telegiornale: la prima notizia era che il cittadino italiano rapito in Nigeria era stato ucciso. Solo pochi minuti dopo, ci ha telefonato il console italiano per comunicarci effettivamente la notizia… Il giorno dopo, un lunedì, la Farnesina ha confermato che mio padre era stato ammazzato. Boko Haram ha poi diffuso un video in cui si vedeva la persona uccisa e le comparazioni biometriche hanno confermato che potesse trattarsi di mio padre… Cosa avete fatto da quel momento? Abbiamo sofferto, cercando di elaborare il dolore in qualche modo. Poi, una settimana dopo la notizia, ho trovato su Internet il sito dell’Aiviter e l’ho contattata al telefono. Grazie all’associazione, ho compreso come era il quadro legale in casi come questo. Dopo la morte di mio padre, infatti, avevo inviato all’Inps una richiesta per la pensione di reversibilità, allegando la conferma della morte inviataci dalla Farnesina e altri documenti che avevo. Ma la richiesta è stata rifiutata… Per quali ragioni? Mi hanno risposto che non avevamo allegato il certificato di morte di mio padre. Io ho fatto presente che non lo avevamo, in quanto la legge italiana prevede che esso sia rilasciato solo in presenza della salma o, se il corpo non c’è o non si trova, dieci anni dopo la presunta scomparsa. Ho cercato di spiegare che, vista la situazione, non si può sostenere che sia scomparso: oltre alla comunicazione del Ministero degli Esteri, il fascicolo fotografico e le comparazioni con una delle vittime indicano che al 99% si possa trattare di lui. E la magistratura cosa dice? Ho parlato col procuratore italiano che segue il caso, per capire se le indagini per trovare gli assassini stiano procedendo. Quest’anno, a febbraio, il magistrato ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale. La conclusione dice che l’unica certezza è il decesso del cittadino Silvano Trevisan, conseguito al suo rapimento ad opera, presumibilmente, dell’organizzazione terroristica legata ad Ansaru. Spero che ora il Gip emetta il decreto di accoglimento della richiesta… Cosa dovrebbe comportare? Mi è stato spiegato che, sulla base al decreto, si possa emettere un certificato di morte presunta. Da ciò che so, la decisione del Gip potrebbe arrivare entro l’estate. Spero che sia il prima possibile.
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