martedì 4 dicembre 2018
Sopravvissuti in 10, trovati al largo della Libia. E altre tre persone sono morte di stenti in Turchia, al confine con la Grecia
(Ansa)

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Altri quindici migranti morti in mare al largo della Libia. Ma stavolta non sono annegati come migliaia di altri; non sono morti dopo qualche minuto di concitata disperazione nell'oscurità dell'acqua: questa volta si sono spenti un poco alla volta, dopo giorni di sofferenza inflitta dalla fame e soprattutto dalla sete, in una lentissima agonia protrattasi in mezzo al mare per quasi due settimane, senza protezione, in preda al sole e alle intemperie. Per tredici di loro la tomba è il mare, dove sono stati gettati, quando sono morti, dai compagni di viaggio ancora in vita.

È l'ultima tragedia della migrazione e del traffico di esseri umani che è emersa attraverso racconti dei sopravvissuti filtrati da un portavoce delle Forze di sicurezza di Misurata e da una fonte di polizia della città portuale libica. Il barcone di legno con 25 migranti migranti di diverse nazionalità africane era salpato da Sabrata, un noto punto di partenza per il traffico di esseri umani, circa 70 chilometri in linea d'aria a ovest di Tripoli. Non è chiaro perché, ma il motore è andato in avaria e l'imbarcazione è andata alla deriva per 11 o 12 giorni, trascinata dalle correnti fino al largo di Misurata, 250 km più a est.

Ed è stato in questo lasso di tempo che si è consumato lo stillicidio: "Sono rimasti 11 o 12 giorni in mare (...) senza bere né mangiare", ha riferito la fonte della polizia di Misurata in una laconica sintesi che lascia solo immaginare l'incubo della sete che cresce, dei vani tentativi di bere l'acqua salata del mare, che, invece di dissetare, accelera la disidratazione. E poi la disperazione, l'annichilimento, il lento spegnersi fra i tormenti.

"Quando uno moriva, gli altri lo gettavano in mare", ha detto ancora la fonte riferendo le testimonianze dei 10 sopravvissuti, tra cui due egiziani e due donne etiopi, che hanno dovuto sbarazzarsi di 13 cadaveri. Per due stavano aspettando di farlo quando sono stati salvati. La fonte fissa in 15 il numero di morti, mentre il portavoce delle Forze di sicurezza di Misurata, il colonnello Hisham Aldwaini, ha indicato al cifra di 14.

Tre morti di freddo al confine turco con la Grecia

È invece accertato il dramma dei migranti avvenuto in Turchia, al confine con la Grecia, dove sono stati ritrovati i cadaveri di tre migranti, morti probabilmente per assideramento. Il ritrovamento è avvenuto in tre paesi della provincia nordoccidentale turca di Edirne. Almeno uno di loro, un cittadino afghano, avrebbe perso la vita dopo essere stato rimandato in Turchia con la forza dalla polizia di frontiera greca, secondo quanto riferito da un suo connazionale citato dai media turchi.

Il testimone, identificato come il 29enne Jamalvddin Malangi, ha raccontato di avere attraversato con una delle vittime il fiume Evros (Meric in turco), confine naturale tra i due Paesi. Dopo avere cercato aiuto in un paese di frontiera, i migranti sarebbero stati fermati dalla polizia greca e rimandati indietro su una barca. Una pratica illegale che viola i diritti dei migranti, anche se privi di regolari documenti.

I media turchi hanno denunciato lo scorso anno circa 4mila casi analoghi, ma le autorità di Atene negano le accuse. I corpi - recuperati nei villaggi di Serem, Akcadam e Adasarhanli - sono stati inviati all'Istituto di medicina forense di Istanbul per le autopsie.

La frontiera terrestre tra Turchia e Grecia è da tempo al centro di una delle maggiori rotte di migranti provenienti da est verso l'Europa. Nei primi dieci mesi di quest'anno, Ankara ha fermato 59.675 persone che cercavano di attraversare il confine senza i necessari documenti. Si tratta per lo più di afghani, pakistani, siriani e iracheni.

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