venerdì 1 settembre 2023
Tre generazioni stroncate sui binari: il più giovane aveva 22 anni, il più anziano 53. Le storie di sacrificio e riscatto, la rabbia delle famiglie: «Non si può morire così per quattro soldi»
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Ci sono i lumini bianchi accesi e le rose gialle, sui binari che hanno inghiottito le vite di Kevin e degli altri. Una galleria di volti e di storie da aggiungere alla Spoon river del lavoro che in Italia dall’inizio dell’anno conta già 450 vittime. La strage infinita che nessuno riesce a fermare.

Lui, Kevin Laganà, di anni ne aveva 22: buono, solare, «pronto a farsi in quattro per tutti» lo ricordano gli amici di Messina, dov’era nato. Viveva a Vercelli: dopo aver terminato gli studi, nel 2019, aveva subito cominciato a lavorare per la Sigifer. «È sempre stato un grande lavoratore, da quando aveva 18 anni, con un sorriso brillante, educato e con tanta voglia di vivere» lo ricorda la cugina Cinzia, che ieri tra le lacrime ha sfogato il suo dolore davanti ai giornalisti accorsi a Brandizzo. «Non si può morire così, non si può sentir ripetere che ci sono ancora dei pezzi. Come si fa a dire che erano a pezzi, sono persone non puzzle...». Massimo, il padre di Kevin, è un uomo distrutto: «Tu sei la cosa più importante che io abbia nella vita, il miglior padre che si possa avere» gli scriveva tempo fa il giovane in una dedica commovente sui social, nella foto i due stretti in un abbraccio davanti alle montagne innevate.

Sui binari c’era anche Michael Zanera, 34 anni, che a Vercelli era nato e viveva da sempre. Il suo post su Tiktok è diventato subito il simbolo della tragedia: «È la prima volta che mi succede, mentre saldo la rotaia mi è uscito il crocifisso – aveva scritto poche ore prima dell’incidente, come in una specie di macabra premonizione, pubblicando la fotografia –. Dio mi vuole dire qualcosa sicuramente, nonostante lo richiamo tutti i giorni ultimamente, perché non è un bel periodo per me». Secondo suo zio, Marco, si riferiva ai problemi sul lavoro, ai turni massacranti, : «Gli piaceva quello che faceva, ma ci siamo sentiti recentemente e mi ha detto che doveva fare la notte. A volte faceva anche il doppio turno, così mi diceva, glielo facevano fare perché doveva recuperare. Ed era un ragazzo in gamba, volenteroso, anche se sapeva che certe cose non andavano bene faceva finta di nulla, si sforzava e andava avanti sul lavoro». Poi la rabbia: «Non è giusto che dei giovani per guadagnare quattro soldi, e dico quattro soldi, facciano una fine così...». Michael lascia sua madre, che era rimasta vedova da un anno, in un oceano di dolore.

Ancora, Giuseppe Sorvillo, 43 anni, torinese e padre di due bimbi piccoli di sette e nove anni. Abitava con la famiglia in una casa poco distante dal luogo dell’accaduto, insieme alla moglie Daniela, che non si dà pace per quanto successo e si è chiusa nel silenzio. Giuseppe per la Sigifer aveva cominciato a lavorare da appena sei mesi, gli era stato appena rinnovato il contratto a tempo determinato: in paese lo conoscevano tutti perché aveva lavorato a lungo in un supermercato. E poi Giuseppe Aversa, che di anni ne aveva 49: figlio di un artigiano edile di origini calabresi, era nato e aveva trascorso la sua infanzia a Chivasso prima di trasferirsi a Borgo d’Ale. Lui lascia la mamma, la compagna Nicolinka e la sorella, lei pure residente in paese. Infine il più anziano del gruppo, Giuseppe Saverio Lombardo, di 53 anni: originario di Marsala, nel 2001 si era trasferito a Vercelli per lavorare alla Sigifer. Anche lui lascia moglie e un figlio.

Ma nella tragedia di Brandizzo ci sono anche le storie dei due operai sopravvissuti, che su quel binario lavoravano insieme ai colleghi e agli amici di una vita, e dei due macchinisti che viaggiavano sul treno. Sono stati tutti ricoverati in ospedale sotto choc, per poi essere dimessi. Andrea Giardin Gibin, uno dei due, ha raccontato come si è salvato: «Ho sentito il treno arrivare, ho alzato lo sguardo e l’ho visto. Ho fatto appena in tempo a lanciarmi istintivamente di fianco», un movimento assecondato dallo spostamento d’aria innescato dal passaggio del treno. Al Pronto soccorso di Chivasso ha ripetuto solo una frase: «I ragazzi, i ragazzi, che tragedia!». L’altro operaio che s’è salvato è Antonio Massa, 46 anni, di Grugliasco. Lui è un dipendente di Rfi e non è stato travolto dal treno perché era su un altro binario al momento del passaggio del convoglio, stava scrivendo. I due macchinisti, anche loro ricoverati a Chivasso e devastati dal dolore, per ora non hanno invece rilasciato dichiarazioni: «Sono sconvolti da un trauma psicologico per cui sarà necessario supporto per diverso tempo» hanno fatto sapere i sanitari.

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